Presentiamo oggi Gianfranco Franchi, autore, critico letterario e curatore del sito Lankelot (http://www.lankelot.eu), con due recensioni di Gian Paolo Grattarola. Tutte le informazioni su Franchi le trovate qui: http://www.lankelot.eu/?biografia=34
Di questo autore ho letto solo Pagano, un libro coraggioso ricco di spunti di discussione di cui si è già ampiamente parlato su Lankelot, su Letteratitudine e su altri agorà virtuali e non, nuove considerazioni a margine di questo post sono però ben accette
Francesco Giubilei
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HUMANITAS OPUS EST

Dinanzi ad una regressione socioculturale sempre più diffusa, Franchi si confessa, in questo antiromanzo, ammorbato da una forma di pessimismo antropologico e ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Lo stato di precarietà in cui versa la generazione nata dalla crema dei sessantottini spalanca dinanzi a sé uno scenario privo di progettualità, in cui il quotidiano diviene scialo e si realizza nella ritualità delle convenzioni e nell’omologazione dei comportamenti.
La civiltà è ormai preda di ritmi disumani, che ci sottraggono giorno dopo giorno forza, idee e sapere, mentre il privilegio del denaro unito allo snaturamento del senso comune producono una costante inquietudine nelle nostre coscienze.
Partendo dunque dall’amara constatazione di vivere in una società di bassa cultura e popolata di selvaggi abitanti di un modo irrimediabilmente votato al decadimento, l’autore decide di partire per un viaggio che spera possa condurlo a riappropriarsi del tempo dell’humanitas.
E non sembri, l’utilizzo di questo termine, il vacuo ricorso ad una dotta citazione, o peggio un eccessivo atto di fiducia nei suoi propositi.
No, Franchi non appartiene a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente umanista, affetto da una sorta di religiosità letteraria, da un religioso amore per il patrimonio storico, letterario della propria nazione.
Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma inventarono addirittura l’antichità, creando una nuova mitologia fondativa della cultura europea.
A tal proposito egli sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco, chiarendo fin dalle prime pagine che le origini della cultura europea non vanno cercate nella precaria tradizione giudeo-cristiana, come molti sono portati a credere, ma in quella illuminante, raffinata e radiosa dell’universo pagano.
Franchi rifugge dal sentimentalismo buonista e combatte da par suo la montante deriva civile convinto solo che l’etica affondi le radici nelle leggi non scritte degli dèi, quelle che in ogni caso non possono essere mai violate.
La via maestra è quella della messa in valore della cultura; una via che porta, attraverso la riflessione e la dotta consapevolezza, inevitabilmente tra i silenzi inquietanti della solitudine.
E’ questa la ragione per cui non potremo parlare in questo caso di una fuga dal mondo nel compiacimento della propria personale erudizione, ma del ricorso ad uno strumento necessario di rieducazione al senso del bello e della virtù.
I libri costituiscono per lui una frequentazione ineludibile, una fame di quella menzogna letteraria e spirituale che non può non chiamare infinito, la necessità impellente di contrastare l'invasività di un mondo che produce la fine di ogni sacralità.
Egli scrive in preda all’emergenza espressiva di una tensione liberatoria, consegnandoci un testo che non costituisce una maniera distaccata di osservare il mondo, né il tentativo di trascenderlo; ma che è la vibrante presa di posizione di un intellettuale, cui non fanno difetto il coraggio, la sincerità e la crudezza verbale. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato di uno scrittore caustico, ribelle ed insolente, che dispensa in maniera equanime i propri strali all’imprenditore brianzolo filoyankee e all’imbolsito professore universitario, dal sorriso bonario.
Chiunque intenda ancora opporsi alla banale adorazione del presente come il migliore dei mondi possibili, troverà in Pagano le tracce inconfondibili di una letteratura di vibrante testimonianza civile.
Gian Paolo Grattarola
17.XI.2007
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo.
Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.
Approfondimento in rete: CS e nota di FM in Books and Other Sorrows / Intervista di Renzo Montagnoli (Arteinsieme). / Letteratitudine / Rassegna Stampa (dal 9 Settembre: in progress
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DISORDER TRA FRAMMENTI CRUDI E FEBBRILI

Raccolta di racconti, pamphlet, riflessione personale sulla creatività, memoir intimo, manuale sul mestiere di vivere : chi lo sa, chi può dirlo ? Il libro di Gianfranco Franchi probabilmente era nato proprio come una sorta di saggio sul mestiere dello scrittore in una società ammorbatala dal virus della precarietà del lavoro e dell’insicurezza sociale. Poi però, come accade a tutte le opere felici, deve essere stato investito da quella fantasia che arriva a scompaginare le vite ordinarie degli esseri umani e a renderle in fondo più varie e più autentiche. Così il libro è arditamente divenuto un oggetto difficilmente catalogabile. Eppure, proprio a cavallo dei vari generi, in quella difficile mistura, l’autore ha raggiunto un equilibrio disarmonico pressoché perfetto, inanellando pagine allo stesso tempo intense e scanzonate, intelligenti e godibili.
Concedendosi senza reticenze, sia pure mettendosi in campo dietro il paravento di carta del personaggio di Guido Orsini, Franchi ha rovistato nei propri sogni, ripescato nei propri ricordi, saccheggiato nei propri processi mentali, per illuminare almeno un po’ il mistero della sua esistenza, simile in tutto e per tutto a quello della scrittura. Lontani sono gli oggetti, le persone ed i paesaggi che la memoria fa riaffiorare ed ai quali la scrittura restituisce l’ultima forma possibile, il pathos della lontananza. Un mistero immenso di cui riusciamo a scalfire unicamente il guscio, ma di cui in realtà non sappiamo quasi nulla e la luce fioca delle nostre conoscenze è attorniata da un tumulto inquieto di tenebre. Percepiamo alcuni tratti costanti dello scrittore, la sua inconfondibile maniera di essere, la sua personalissima cifra stilistica, e quando pensiamo di averne afferrato il senso egli cambia la rotta della sua scrittura, virando repentinamente in altra direzione. Colti da un inevitabile senso di disorientamento, ci rendiamo subito conto che sta saggiando nuove zone della tastiera, imprimendo al suo itinerario una felice e costante discontinuità.
Là in quell’atmosfera amara e disincantata, sul crinale di quella linea d’ombra si muovono i racconti, genere impuro per antonomasia, ma questo non è un male nella letteratura come nella vita. Franchi ne è visceralmente consapevole, poiché non gli è ignoto che dalla purezza fittizia nascono solo linciaggi morali e fantasmi oscuri. Non si può essere puri ed umani ad un tempo, per questo nelle sue pagine non vi è alcunché di venerabile, ma solo la denuncia di un male di vivere che affiora mutevole come un’ombra che ci portiamo dietro dalla nascita.
Disorder è un forte antidoto alla sopravvivenza, in cui la scrittura costituisce lo sforzo di trascendere l’individualità e la miseria umana, l’ansia di elevarci al di sopra della recrudescenza culturale, sociale e civile, afferrando la realtà nella sua confusione vitale. Franchi avverte la consapevolezza che letteratura e vita non possono mai convogliarsi su binari diversi. Per lui scrivere è un modo di pensare e deve essere un pensiero il più possibile limpido, libero e rigoroso. Affermazione impegnativa che l’autore rispetta intrecciando una prosa tersa di riflessioni, aneddoti e confessioni sulla propria vita privata.
Il respiro dei suoi racconti, pur lontano da sterili accademismi, risente dell’intelligenza polemica di un letterato massimalista cresciuto appeso ai libri. La ricca messe di temi e problemi che il libro affronta è dunque garanzia del suo acume critico e del suo valore. Sono pagine dure ma poetiche, nelle quali al dolore e alla solitudine si contrappongono il potere della parola in una funzione quasi curativa e liberatoria. Una poesia che nasce dall’immagine, da taluni flash ossessivi, calmi e violenti ad un tempo.
Il lettore entra nelle storie di Guido Orsini trovandosi prigioniero dentro ad un’atmosfera coinvolgente, e quando il libro si chiude non può non provare un profondo dolore allo stomaco.
Gian Paolo Grattarola