Novità dall’Ufficio Stampa
EDIZIONI CREATIVA
- Nasce (grazie a G. Cirino) il Myspace di Creativa: http://www.myspace.com/edizionicreativa2
“Il LA”
DI
MIRKO CECCONI

Un libro che non doveva essere pubblicato…
Una storia che non doveva essere raccontata…
Un segreto che non doveva essere rivelato…
Un piccolo paese…
Un una grande galleria…
Questi sono solo alcuni degli ingredienti di questo libro, che vi obbligheranno
a leggerlo fino all’ultima pagina, tutto d’un fiato.
Euro 14
ORDINALO, invia una mail a: ordini@edizionicreativa.it
Presentiamo oggi Gianfranco Franchi, autore, critico letterario e curatore del sito Lankelot (http://www.lankelot.eu), con due recensioni di Gian Paolo Grattarola. Tutte le informazioni su Franchi le trovate qui: http://www.lankelot.eu/?biografia=34
Di questo autore ho letto solo Pagano, un libro coraggioso ricco di spunti di discussione di cui si è già ampiamente parlato su Lankelot, su Letteratitudine e su altri agorà virtuali e non, nuove considerazioni a margine di questo post sono però ben accette
Francesco Giubilei
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HUMANITAS OPUS EST

Dinanzi ad una regressione socioculturale sempre più diffusa, Franchi si confessa, in questo antiromanzo, ammorbato da una forma di pessimismo antropologico e ritiene che occorra lottare per far emergere un nuovo centro culturale. Lo stato di precarietà in cui versa la generazione nata dalla crema dei sessantottini spalanca dinanzi a sé uno scenario privo di progettualità, in cui il quotidiano diviene scialo e si realizza nella ritualità delle convenzioni e nell’omologazione dei comportamenti.
La civiltà è ormai preda di ritmi disumani, che ci sottraggono giorno dopo giorno forza, idee e sapere, mentre il privilegio del denaro unito allo snaturamento del senso comune producono una costante inquietudine nelle nostre coscienze.
Partendo dunque dall’amara constatazione di vivere in una società di bassa cultura e popolata di selvaggi abitanti di un modo irrimediabilmente votato al decadimento, l’autore decide di partire per un viaggio che spera possa condurlo a riappropriarsi del tempo dell’humanitas.
E non sembri, l’utilizzo di questo termine, il vacuo ricorso ad una dotta citazione, o peggio un eccessivo atto di fiducia nei suoi propositi.
No, Franchi non appartiene a quella categoria di persone che pensa di aver trovato nel passato l’utopia per criticare il presente; ma piuttosto a quella di un sapiente umanista, affetto da una sorta di religiosità letteraria, da un religioso amore per il patrimonio storico, letterario della propria nazione.
Il suo atteggiamento lo assimila in maniera del tutto inequivocabile alla figura di quegli antichi umanisti, i quali non badarono unicamente a riproporre i valori di un mondo passato, ma inventarono addirittura l’antichità, creando una nuova mitologia fondativa della cultura europea.
A tal proposito egli sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco, chiarendo fin dalle prime pagine che le origini della cultura europea non vanno cercate nella precaria tradizione giudeo-cristiana, come molti sono portati a credere, ma in quella illuminante, raffinata e radiosa dell’universo pagano.
Franchi rifugge dal sentimentalismo buonista e combatte da par suo la montante deriva civile convinto solo che l’etica affondi le radici nelle leggi non scritte degli dèi, quelle che in ogni caso non possono essere mai violate.
La via maestra è quella della messa in valore della cultura; una via che porta, attraverso la riflessione e la dotta consapevolezza, inevitabilmente tra i silenzi inquietanti della solitudine.
E’ questa la ragione per cui non potremo parlare in questo caso di una fuga dal mondo nel compiacimento della propria personale erudizione, ma del ricorso ad uno strumento necessario di rieducazione al senso del bello e della virtù.
I libri costituiscono per lui una frequentazione ineludibile, una fame di quella menzogna letteraria e spirituale che non può non chiamare infinito, la necessità impellente di contrastare l'invasività di un mondo che produce la fine di ogni sacralità.
Egli scrive in preda all’emergenza espressiva di una tensione liberatoria, consegnandoci un testo che non costituisce una maniera distaccata di osservare il mondo, né il tentativo di trascenderlo; ma che è la vibrante presa di posizione di un intellettuale, cui non fanno difetto il coraggio, la sincerità e la crudezza verbale. Ovunque impazza il sarcasmo disincantato di uno scrittore caustico, ribelle ed insolente, che dispensa in maniera equanime i propri strali all’imprenditore brianzolo filoyankee e all’imbolsito professore universitario, dal sorriso bonario.
Chiunque intenda ancora opporsi alla banale adorazione del presente come il migliore dei mondi possibili, troverà in Pagano le tracce inconfondibili di una letteratura di vibrante testimonianza civile.
Gian Paolo Grattarola
17.XI.2007
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), narratore, poeta e critico letterario romano e mitteleuropeo.
Gianfranco Franchi, “Pagano”, Il Foglio Letterario, Piombino 2007.
Prefazione di Gordiano Lupi. Postfazioni di Francesca Mazzucato e Patrick Karlsen.
Approfondimento in rete: CS e nota di FM in Books and Other Sorrows / Intervista di Renzo Montagnoli (Arteinsieme). / Letteratitudine / Rassegna Stampa (dal 9 Settembre: in progress
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DISORDER TRA FRAMMENTI CRUDI E FEBBRILI

Raccolta di racconti, pamphlet, riflessione personale sulla creatività, memoir intimo, manuale sul mestiere di vivere : chi lo sa, chi può dirlo ? Il libro di Gianfranco Franchi probabilmente era nato proprio come una sorta di saggio sul mestiere dello scrittore in una società ammorbatala dal virus della precarietà del lavoro e dell’insicurezza sociale. Poi però, come accade a tutte le opere felici, deve essere stato investito da quella fantasia che arriva a scompaginare le vite ordinarie degli esseri umani e a renderle in fondo più varie e più autentiche. Così il libro è arditamente divenuto un oggetto difficilmente catalogabile. Eppure, proprio a cavallo dei vari generi, in quella difficile mistura, l’autore ha raggiunto un equilibrio disarmonico pressoché perfetto, inanellando pagine allo stesso tempo intense e scanzonate, intelligenti e godibili.
Concedendosi senza reticenze, sia pure mettendosi in campo dietro il paravento di carta del personaggio di Guido Orsini, Franchi ha rovistato nei propri sogni, ripescato nei propri ricordi, saccheggiato nei propri processi mentali, per illuminare almeno un po’ il mistero della sua esistenza, simile in tutto e per tutto a quello della scrittura. Lontani sono gli oggetti, le persone ed i paesaggi che la memoria fa riaffiorare ed ai quali la scrittura restituisce l’ultima forma possibile, il pathos della lontananza. Un mistero immenso di cui riusciamo a scalfire unicamente il guscio, ma di cui in realtà non sappiamo quasi nulla e la luce fioca delle nostre conoscenze è attorniata da un tumulto inquieto di tenebre. Percepiamo alcuni tratti costanti dello scrittore, la sua inconfondibile maniera di essere, la sua personalissima cifra stilistica, e quando pensiamo di averne afferrato il senso egli cambia la rotta della sua scrittura, virando repentinamente in altra direzione. Colti da un inevitabile senso di disorientamento, ci rendiamo subito conto che sta saggiando nuove zone della tastiera, imprimendo al suo itinerario una felice e costante discontinuità.
Là in quell’atmosfera amara e disincantata, sul crinale di quella linea d’ombra si muovono i racconti, genere impuro per antonomasia, ma questo non è un male nella letteratura come nella vita. Franchi ne è visceralmente consapevole, poiché non gli è ignoto che dalla purezza fittizia nascono solo linciaggi morali e fantasmi oscuri. Non si può essere puri ed umani ad un tempo, per questo nelle sue pagine non vi è alcunché di venerabile, ma solo la denuncia di un male di vivere che affiora mutevole come un’ombra che ci portiamo dietro dalla nascita.
Disorder è un forte antidoto alla sopravvivenza, in cui la scrittura costituisce lo sforzo di trascendere l’individualità e la miseria umana, l’ansia di elevarci al di sopra della recrudescenza culturale, sociale e civile, afferrando la realtà nella sua confusione vitale. Franchi avverte la consapevolezza che letteratura e vita non possono mai convogliarsi su binari diversi. Per lui scrivere è un modo di pensare e deve essere un pensiero il più possibile limpido, libero e rigoroso. Affermazione impegnativa che l’autore rispetta intrecciando una prosa tersa di riflessioni, aneddoti e confessioni sulla propria vita privata.
Il respiro dei suoi racconti, pur lontano da sterili accademismi, risente dell’intelligenza polemica di un letterato massimalista cresciuto appeso ai libri. La ricca messe di temi e problemi che il libro affronta è dunque garanzia del suo acume critico e del suo valore. Sono pagine dure ma poetiche, nelle quali al dolore e alla solitudine si contrappongono il potere della parola in una funzione quasi curativa e liberatoria. Una poesia che nasce dall’immagine, da taluni flash ossessivi, calmi e violenti ad un tempo.
Il lettore entra nelle storie di Guido Orsini trovandosi prigioniero dentro ad un’atmosfera coinvolgente, e quando il libro si chiude non può non provare un profondo dolore allo stomaco.
Gian Paolo Grattarola
COMUNICATO STAMPA
Rivista Historica- Il Foglio letterario
Il Foglio Letterario - Reg. al n. 666 Trib. di Livorno - il 1° febbraio 2000.
Direttore editoriale: Francesco Giubilei Direttore responsabile: Fabio Zanello
sito web: http://www.historicaweb.com
blog: http://caffestorico.splinder.com e-mail: info@historicaweb.com

LA RIVISTA HISTORICA-IL FOGLIO LETTERARIO PRESENTA IL LIBRO "LE COLPE DEI PADRI" DI lauraetlory (Laura Costantini e Loredana Falcone http://lauraetlory.splinder.com) CHE E' IN VENDITA ALLEGATO ALLA RIVISTA O SINGOLARMENTE.
IL LIBRO, CHE SARA' PRESTO DISTRIBUITO IN UN CIRCUITO FIDATO DI LIBRERIE, PUO' ESSERE ACQUISTATO AL COSTO DI 9 EURO PIU' 1 PER LA SPEDIZIONE SCRIVENDO A info@historicaweb.com O CHIAMANDO IL 347 6708013.
IN ALLEGATO PDF IL COMUNICATO STAMPA CON PREGHIERA DI DIFFUSIONE.
lauraetlory
Le colpe dei padri
Historica – Il Foglio letterario
euro 9
pag. 246
Pubblicato originariamente a puntate online, “Le colpe dei padri” di lauraetlory (pseudonimo di Laura Costantini e Loredana Falcone) oltre ad essere un romanzo di ampio respiro è anche una provocazione alle assurde logiche editoriali italiane. Una risposta alle tante case editrici che non pubblicano libri di autori italiani ambientati all'estero, soprattuto in America. “Le colpe dei padri” vede la luce in formato cartaceo grazie a questa pubblicazione in allegato alla rivista “Historica-Il Foglio letterario”.
Francesco Giubilei
“…Questo posto è una maledetta palude” disse Babe. “A ogni passo rischi di affondare in quello che è stato, in quello che avrebbe potuto essere, in quello che non sarà mai. Non puoi tornare indietro!”
“Ma non posso neanche andare avanti!”, rispose Jamie Lee.
Le sorelle Shelton tornano a casa dopo quindici anni. Alle spalle hanno un segreto troppo pesante da sopportare e davanti una decisione troppo difficile da prendere.
Sullo sfondo degli sterminati paesaggi del più suggestivo degli stati americani, il Wyoming, Babe e Jamie Lee devono fare i conti con tutto quello che la loro fuga ha lasciato in sospeso e c’è più di qualcuno intenzionato a riscuotere.
NUOVO AFFILIATO ALLA LEGA BLOGGER LETTERARI
Un nuovo prestioso blog aderisce alla nostra iniziativa che sta ottenendo sempre maggiori consensi.
Si tratta di http://bitletteratura.blogspot.com della giornalista Rosa Maria Di Natale (che ha scritto questo bellissimo articolo) e a cui auguro tanta fortuna nella sua nuova avventura multimediale.
A giorni uscirà in formato virtuale il "Lega blogger letterari magazine 3", rivista che raccoglie i migliori post pubblicati sui blog che aderiscono alla lega, che verrà allegato gratuitamente al cartaceo di "Historica Il Foglio letterario".
Colgo l'occasione per riportare l'elenco dei blog che adreriscono alla lbl:
Associati interni:
http://lauraetlory.splinder.com
blog di Laura Costantini e Loredana Falcone
http://alicesu.splinder.com
blog di Alice Suella
http://rossiorizzonti.splinder.com
blog di Milvia Comastri
http://mmushroom.splinder.com
blog di Marco Mazzanti
http://bitletteratura.blogspot.com
blog di Rosa Maria Di Natale
http://rivistanugae.blogspot.com
blog della rivista Nugae e di Michele Nigro
blog di Antonella Anzalone
http://caffestorico.splinder.com
blog della rivista Historica il Foglio letterario e di Francesco Giubilei
Associati esterni:
http://letteratitudine.blog.kataweb.it
blog di Massimo Maugeri
http://scritture.blog.kataweb.it
blog di Francesca Mazzucato
PICCOLO MANUALE SULL'ODIO
Grazie ad un accordo con la libreria Indipendente-mente Interno 4 di Rimini (http://www.indipendente-mente.it) e al libraio Andrea Dalla Corte (che ringrazio) pubblicheremo su Caffè Storico alcune recensioni. Iniziamo oggi proprio dal libro di Andrea Dalla Corte, edito dall'ottima Edizioni Creativa (http://www.edizionicreativa.it)
Primo, è un ragazzo che mal si associa al significato del suo nome che, ironicamente, non corrisponde ad un piazzamento simile nella vita e anzi lo pone in una condizione di emarginato perdente.
Nella soffitta di casa, comodamente seduto in una poltrona, ritorna a convivere con il tempo e ricordi raccontando la sua storia. Immerso nel cercare la spiegazione di un sogno ricorrente ed identico a tema disnelyano, dove qui, quo, qua vengono arrostiti nel suo forno di casa. Al risveglio viene sempre tormentato dalla stessa domanda: “che cazzo di fine ha fatto paperino?”.
Si sente in feeling con lui e con tutte le altre persone in cui riconosce la sua stessa condizione di mezzesega. Persone abituate a fallire e prigioniere delle gabbie di Mondo, dove tutti sotto il suo sguardo divertito, si aggirano frenetici ed illusi.
La vita di Primo cambia radicalmente quando le sue mani entrano in contatto con un cofanetto bianco nascosto in soffitta. Intuisce subito che niente sarà come prima. All’interno trova un piccolo libro con delle scritte rosse intitolato: “piccolo manuale sull’odio”.
Avido della curiosità viene rapito dalla lettura scoprendo di trovarvi scritto la storia della sua vita. Come se chi avesse scritto il libro, lo conosca alla perfezione e cerchi di aiutarlo obbligandolo ad una nuova visuale sulla vita. Ben presto il libro diventa un amico fidato, l’unico che riesce a capirlo, impartendogli messaggi subliminali.
Una nuova consapevolezza s’insinua in lui donandogli nuova linfa vitale, necessaria a ribellarsi dalle sue prigioni mentali fatte di sbarre d’insicurezza. Anche se ancora come nel sogno non riesce a vedere Paperino, è sicuro che sia fiero di lui e che lo stia guardando da un angolo della stanza, con ancora tra il becco, gli ossi dei suoi parenti arrostiti.
Un romanzo timidamente violento che si muove sul filo della pazzia, capovolgendo quello che è giusto con quello che non lo è, per creare una nuova via di fuga lontana e libera dalle costrizioni egoistiche della vita.
Recensione a cura di Andrea Renaldi
Titolo: Piccolo manuale sull'odio
Autore: Andrea Dalla Corte
Editore: Edizioni Creativa
Collana: Esperimenti Letterari
Isbn: 978-88-89841-11-2
Genere: Narrativa italiana
Pagine: 118
Anno: 2007
ADIÓS FIDEL!
Mio padre porta in casa il Granma come ogni mattina, non so perché lo compri, forse un’abitudine, forse è amico di quel mulatto all’angolo della panetteria di Toyo che lo vende, forse pensa a mia madre che di tanto in tanto ci rincarta roba. Non lo so. Fatto sta che lo compra. Oggi lo sventola a mo’ di bandiera, rosso in volto, emozionato come un ragazzino che racconta una prodezza, sputa fuori una notizia bomba, una cosa sensazionale che farà il giro del mondo.
“Fidel si è dimesso” dice.
“Dimesso da cosa?” domando.
“Non vuol più fare il Presidente del Consiglio di Stato e neppure il Comandante in Capo. Dice che non è attaccato al potere…”
In fin dei conti ha governato soltanto per quarantanove anni, penso.
“E adesso cosa succederà?” chiedo.
“Il Granma riporta una lettera di Fidel a Randy Alonso. Pare che stasera alla Mesa Redonda spiegheranno meglio”.
Sì, alla Mesa Retonta spiegheranno tutto. Non c’è alcun dubbio…
Mio padre è costernato. Legge attentamente i quattro fogli sgualciti del Granma. Non lo avevo mai visto tanto assorto nella lettura di un giornale così inutile. Di solito dà un’occhiata ai risultati di baseball, scorre i programmi televisivi, legge i titoli e scuote la testa, non c’è niente di nuovo, pare che dica, gli imperialisti sono lontani, stanno a casa loro, proprio non la vogliono questa fantastica rivoluzione. Oggi no, invece. Oggi si divora il Granma, non perde una frase, sottolinea, annota, rilegge, non crede ai suoi occhi.
“Cazzo, Alejandro. Siamo senza Fidel. Ti rendi conto?”
Povero papà, lui non è abituato ad alzarsi la mattina e sapere che non c’è babbo Fidel che provvede, non è facile metabolizzare l’idea, pure se dicono che siamo anestetizzati da cinquant’anni di regime.
“Ci resta Raúl, papà. Non ti basta?”.
“Non mi basta no, Alejandro. Vuoi mettere?”
Non ha tutti i torti. Fidel è invecchiato, non è mica lo stesso che prese a scapaccioni Batista, il meglio dei suoi rivoluzionari sono diventati controrivoluzionari e chi ce l’ha fatta è scappato a Miami, lui è rimasto sempre più solo, ma si è fatto nuovi amici. I tempi cambiano, i russi vanno a braccetto con gli statunitensi e i venezuelani governano Cuba a colpi di petrolio. Meo Porcello, detto Chávez, scopre complotti, libera prigionieri dai terroristi e a tempo perso attinge preziosi consigli per costruire il socialismo tropicale. Fidel non ce la fa più, povero vecchio, non c’ha il fisico per tenere in mano le sorti d’una rivoluzione sempre più solida e forte, ci vogliono i giovani. Meno male che Raúl è ancora un ragazzino, frequenta combattimenti di galli, scommette, qualche volta vince, s’è fatto amico dei cinesi, vuole il socialismo di mercato, c’ha pure qualche vizietto nascosto, un vero scavezzacollo. Siamo davvero in buone mani. Se poi non dovesse bastare c’è Roberto Alarcón, che non s’intende di economia, ma è un rivoluzionario duro e puro, tutto teoria e politica marxista, sacrifici a colpi di machete, zafra e canna da zucchero come se piovesse. Non gli parlate di pesos e dollari ché non se ne intende, mica può sapere tutto lui, che da piccolo nemmeno andava a Varadero, non viaggiava e non frequentava il Tropicana. Povero Alarcón, che a tempo debito gli è mancato un bel culo di mulatta e adesso parla coi giovani e non sa che dire. Per ora è Presidente del Parlamento, sostiene il voto unico, ché bisogna votare senza sapere chi si vota, tanto va sempre bene. Resta Abel Prieto, ministro della cultura per meriti letterari, ché tra lui e la letteratura c’è stata una bella lotta, ma alla fine ha perso la letteratura, poverina, finita nelle sue mani dopo aver frequentato Cabrera Infante e Virgilio Piñeira, non è un bel morire, credo. Abel Prieto dice che a Cuba si può dire e scrivere quello che vogliamo, magari anche pubblicarlo, dirlo in televisione, sostenere che c’è la censura è da stupidi reazionari. E allora la prossima volta, invece di pubblicare in Italia, mando un romanzo inedito a Letras Cubanas, anzi glielo porto a mano, così mi vedono bene in faccia, mi schedano e fanno prima a mettermi dentro.
“Babbo, mi sa che hai ragione” concludo.
“Ho ragione sì. Sono più vecchio di te. Lo so che ho ragione”.
La rivoluzione cubana in mano ai ragazzini mi fa un po’ paura, lo so che si metteranno a giocare con questa cosa messa su da Fidel in quarantanove anni di duro lavoro e la faranno a pezzi. Mi sembra già di vederli. Raúl che perde tempo con galli da combattimento e creoli dagli occhi castani, Alarcón che prende lezioni di economia e Abel Prieto riscrive Il volo del gatto e prova a fare il verso a Lezama. Tanto pure per loro ci sarà un Paradiso, credo. Ecco il grande cambiamento della nostra storia, che tutto cambi perché niente cambi, come ha già detto qualcuno. Adiós Fidel. Ci mancherai.
Alejandro Torreguitart Ruiz
L’Avana, 19 febbraio 2008
Traduzione di Gordiano Lupi
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979) esordisce in Italia con Machi di carta - confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003). Pubblica in seguito:
Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003),
Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come Cominciamo bene le storie di Corrado Augias (libro Serial killer italiani), Uno Mattina di Luca Giurato (libro Serial killer italiani), Odeon TV (trasmissione sui Serial killer italiani) e
ZUCCHERO AMARO
Una notizia storica.
E' finita l'era Castro.
Fidel a 81 anni, rinuncia alla presidenza, non è più il comandante in capo di Cuba dopo quarantanove anni.
Il lider maximo è figura assai controversa, amato da alcuni e criticato da altri.
Ha ricorrentemente dato la sensazione di aver rivoluzionato tutto per in fondo non cambiare niente.
Molte ombre sul suo percorso.
Troppe morti ingiustificate per l'accesso al potere, troppi puniti ed esclusi nella gestione.
Cuba, con Fidel, può vantarsi (grazie ai favori della Russia) di essere uno dei pochi paesi al mondo che ha resistito al potere Usa.
Nell'isola dello zucchero tuttavia, in tavola poco dolce e molto amaro, perchè sia con Batista e poi con Fidel la grande assente è stata la democrazia.
Francesco Giubilei
OSVALDO NAVARRO
La morte di un grande poeta cubano in esilio
Il romanziere e poeta cubano Osvaldo Navarro è morto nel suo esilio messicano, il 7 febbraio 2008, vittima di un infarto. I suoi resti sono stati cremati e le ceneri portate dalla moglie, la poetessa Elena Tamargo, a Miami - dove risiedono i figli Osvaldo e Nazin - per essere sepolte in terra statunitense. Navarro nasce a Santo Domingo, in provincia di Villa Clara, nel 1946, membro delle forze armate e del ministero degli interni per dieci anni, studia filologia alla Università dell’Avana e consigliere culturale nella ambasciata cubana di Mosca fino al 1987. Vince molti premi nazionali di poesia e ottiene importanti riconoscimenti per la sua opera letteraria. Osvaldo Navarro è un convinto difensore del realismo socialista nella creazione artistica, ma a un certo punto della sua vita perde fiducia nel processo rivoluzionario e nel 1993 ripara in Messico. Vive da esiliato volontario, per qualche periodo soggiorna a Miami, torna in Messico, fonda la rivista Nao e lavora come promotore culturale. Tra le sue opere di poesia citiamo De regreso a la tierra (1974), Los días y los hombres (1975), Espejo de conciencia (1989), Las manos en el fuego (1981), Nosotros dos (1984), Combustión interna (antologia, 1985), Clarividencia (1989), Xabaneras (1996) e Catarsis (1999). Tra i romanzi ricordiamo El caballo de la Mayaguara (1984) - premio nazionale della critica cubana - e Hijos de Saturno (2002). Figli di Saturno sarebbe un libro importante da far conoscere in Italia, perché è un omaggio a tutte le persone che hanno creduto nella rivoluzione cubana e ne sono state divorate. L’istituto Politecnico Nazionale del Messico pubblicherà un’antologia della sua opera poetica e un suo saggio su José Martí.
Osvaldo Navarro è stato uno dei migliori poeti cubani contemporanei, in un primo periodo della sua vita convinto rivoluzionario, appena si rende conto della grande truffa castrista lotta contro il regime fino a riparare in esilio. In ogni caso Osvaldo Navarro non mette la poesia al servizio di un’ideologia e questa è la sua grande forza letteraria. Non ha mai scritto un libro celebrativo del regime e non si è piegato al ruolo di poeta cortigiano, neppure quando era convinto assertore della bontà rivoluzionaria. Nella Cuba di Fidel Castro nessuno scriverà una riga sulla sua morte, visto che in passato è stato definito dal regime come opportunista. Osvaldo Navarro resta nel gruppo dei poeti da dimenticare, tra i letterati che non vanno studiati, depennato dalla lista degli scrittori in lingua spagnola dei quali è lecito occuparsi. Meno male che istruzione e cultura (insieme alla sanità) sono le cose migliori che citano sempre i fiancheggiatori del regime. Ho avuto la triste notizia della morte di Navarro dallo scrittore cubano Felix Luis Viera, pure lui esule in Messico e destinato a vivere lontano dalla sua terra per colpa di un regime duro e intollerante. Per ricordare un grande scrittore pubblico una piccola antologia poetica in lingua originale, accompagnata dalla mia traduzione letterale che fa perdere liricità ai testi ma è utile per comprendere il significato. Osvaldo Navarro parla di solitudine, dialoga con se stesso, sente di essere rimasto senza parole e senza musica, di non avere più la forza di scrivere poesia, vuol essere vegetariano in un mondo di antropofagi, comprende che tanti amici si sono lasciati condurre su una strada sbagliata e che adesso si bruciano le ali per aver volato troppo vicino al fuoco. Parla di politica in modo velato, con sottili allusioni e raffinata scelta lessicale, usa la poesia fantastica per realizzare un importante discorso sociale. Le idee modificate da uomini che non sono all’altezza dei loro sogni producono mostri, come il sonno della ragione, come un antropofago che cucina carne umana e si lascia tentare dal sapore proibito. Osvaldo Navarro critica Stai Uniti e Cuba, non risparmia nessuno, in un atto di accusa che unisce globalizzazione a base di hamburger alla rivoluzione cubana che predilige carne di cannone e lingue di poeti stufate. Uno scrittore che sono orgoglioso di presentare per primo in Italia e che dovrebbe essere tradotto e pubblicato anche nel nostro paese.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
ANTOLOGIA POETICA
Traduzioni a cura di Gordiano Lupi
CALDA ETÁ
La solitudine che assumo è tanto divina
che a ignorarla così tanto siamo in due:
uno nella sala da pranzo mangia il suo riso
e l’altro lava il piatto nella cucina.
Navarro è un buon uomo che si china
e coniuga i verbi sempre in noi.
Osvaldo è colui che fronteggia Dio,
ed è una debole ombra che illumina.
A volte siamo di più, e siamo tanti
che non basta la terra per tutti coloro
che abitano questa severa solitudine.
Parlo con me, che è come dire noi,
però gli altri non intavolano un dialogo:
gli altri sono io stesso nella sua calda età.
ATONALE
Figli, indicatemi il tono,
che sono rimasto senza musica.
Sordo di me stesso, ascolto
solo lamenti e suppliche,
il rumore delle anime
e certe note stupide
che ripetono e ripetono
in un vuoto di acustica.
Ora non ascolto gli accordi
di quelle mattine fulgide,
con la sua vertigine di passeri
e strepito di ali ossidate.
Delle primavere non
ricordo le ultime risate
né il compasso delle stelle
in quelle notti uniche,
e tu, donna, che vibravi
come una chitarra pudica.
Non sento suonare le campane
il re della mia ape ludica,
né a mia madre che suonava
questa mia lira così rustica.
Figli, indicatemi il tono,
che sono rimasto senza musica.
ANTROPOFAGIA
Guarnita con succo di limone e arrostita alla griglia
come arrachera o churrasco - alla argentina -,
la carne umana è un manicaretto di lusso
sulle tavole delle classi alte,
ristoranti esclusivi, alberghi a cinque stelle.
Si prepara anche con cipolla e curry - stile indio -
per le feste della patria e per i banchetti
che frequentano dignitari, arcivescovi, grandi investitori.
Gli Stati Uniti - importatori di animali vivi -
possiedono mattatoi molto sviluppati
dove lo squartamento si realizza in modo automatico.
Utilizzano persino le frattaglie,
alle quali aggiungono soia e altri ingredienti - formula segreta -,
e formano una pasta con la quale modellano hamburger e nuggets,
che le aziende vendono alle catene internazionali del fast food.
È un’industria efficiente e produttiva
che si ispira alla scuola classica tedesca:
fabbricano tele con i capelli, bottoni con le ossa e sapone con il grasso.
La pubblicità sulla carne umana in televisione è sensazionale.
Presentano culturisti, ballerine, attori di cinema
ricostruiti da bisturi estetici.
Il messaggio subliminale è che la carne non serve solo per fornicare,
ma contiene anche un alto potere nutrizionale.
Nei mercati popolari del mondo,
si vende salata, come prosciutto - alla messicana - per friggere,
o secca, per cuocere con il pomodoro come carne salata di cavallo - alla uruguagia.
Nei ganci delle macellerie attaccano le gambe,
i bracci e le costole, tra le mosche e l’odore delle specie animali.
Si vendono anche gli occhi, le mammelle, le viscere, i testicoli
cucinati nelle forme più diverse e serviti come antipasti,
saltati con cilantro, cipolla cruda ben tagliata e qualcosa di
piccante, avvolti in pane arabo o in frittate di mais.
A Cuba - paese molto speciale - l’uccisione si realizza per fucilazione,
per prurito militare e per attaccamento alla tradizione delle guerre di indipendenza.
La carne è sottomessa a un processo simile a quello degli Stati Uniti,
però con l’influenza degli indios caraibici (cannibali),
che guarnivano le prede con aglio di montagna, peperoni piccanti e culantro.
Il contenuto si aumenta con soia e farina di grano,
e si produce un impasto insipido e molle (senza involucro)
chiamato pasta di carne.
(Siccome la distribuzione è razionata,
gli affamati hanno saccheggiato le cripte dei cimiteri).
I capelli si disperdono per mancanza di tecnologia,
però il grasso – se ci fosse – si utilizza nelle salse
(Echale salsita, dice il son),
e le ossa, in succulenti minestroni
e nella stregoneria industriale, grande produttrice di dollari.
I dirigenti e i capi preferiscono la carne di cannone
e la lingua stufata dei poeti.
Gli spagnoli sono fanatici di sangue e viscere,
per fare salsicce,
e affumicano un prosciutto di gamba montanara
che non ha niente da invidiare a quello di maiale.
La Francia è una cosa a parte.
Là cuociono al forno alcuni pasticcini di cervello,
estratti dagli artisti naif di Haiti e dagli immigranti arabi,
il cui odore cartesiano si percepisce fino in cima alla Torre Eiffel,
e cenano frugalmente con buon vino da tavola.
In Africa, dove ci sono usanze molto strane,
fanno imputridire la carne, e se la mangiano, con le mani,
mescolata con manioca,
anch’essa in stato di putrefazione.
I giapponesi - di palato tanto raffinato -
preferiscono le mani e i piedi di donna, perché,
secondo gli esigenti consumatori,
hanno un sapore più raffinato delle pinne di pescecane.
I cinesi hanno sviluppato un’industria innovativa,
che consiste nell’applicare la tortura cinese in modo produttivo:
tagliano pezzi ai dissidenti, senza ammazzarli,
e hanno invaso il mondo con queste fette di carne,
come se fossero pesci congelati:
così hanno aumentato del due per cento il prodotto interno lordo.
Io, che sono un poco schizzinoso e mi faccio scrupoli,
sono diventato vegetariano,
e me ne vado con le vacche e i cavalli
a ruminare la poca erba che ancora verdeggia nei campi.
Nota: Alcune espressioni sono intraducibili e non hanno un corrispettivo italiano. Si tratta di termini culinari, spezie e modi di dire cubani. Ho scelto di lasciarli nella forma originale indicandoli con un corsivo.
NEL FUOCO
Ho visto e so cose che non ho detto né dico,
cose tristi, a volte amare e onerose
botte che gli amici danno come fossero rose,
cose che sembrano più un lavoro del nemico.
Ho visto e so di amici che si convertirono in cose
e di cose che presero il posto dell’amico,
vidi come il fratello passò al nemico
e vidi come si arrampicavano all’albero le lumache.
Vidi gli uomini errare come farfalle
e bruciarsi le ali leggere e amorose
nel fuoco di tutti senza che ci fosse un testimone.
Vidi molto di più, vidi gli escrementi correre verso le fosse
di un tempo che puzzava come un vecchio mendicante
e verità pericolose zittire i testimoni.
Opere originali di Osvaldo Navarro (1946 – 2008)