Ci si cresce con il mito dentro ed Umberto Piersanti, il poeta marchigiano vivente più famoso, nato ad Urbino nel 1941 ove risiede tutt’ora ed insegna sociologia della letteratura, ha avuto una folgorazione per i fondali naturali che presiedono alla sua poesia. Cantore di un mondo ormai in parte perduto, quello agricolo e pastorale delle Cesane, una catena collinare che fa da cornice naturale alla città ducale di Urbino, uno spazio panico e antropologico pregno di misteri e riti antichi senza tempo, che egli ama come fosse il corpo di una donna. Un ambiente in cui è cresciuto, si è formato, ha percepito il mondo, e al quale risulta legato da quello stesso senso della terra che già fu di Cesare Pavese. Ma a differenza di questi la cadenza dei suoi versi non contiene le noti struggenti del rimpianto dolente, bensì la vocazione alla fedeltà ad un grembo fertile che costituisce il nucleo generatore delle liriche più importanti e che sono raccolte ne “I luoghi persi” (Einaudi 1994) e “Nel tempo che precede” (Einaudi 2004), i libri che lo hanno imposto all’attenzione della critica.
Una poesia che nasce dall’immagine, dall’evocazione nostalgica di uno scenario rupestre dal quale trae linfa vitale, un crogiuolo di sensi, di situazioni e di pensieri che irrompono sulle pagine con impeto naturale. La abita una natura atavica, colma di profumi e sapori intensi, di elementi cromatici accesi, che pur sfumando in un altrove mitico, mantengono una dimensione di ruvida fisicità.
Striato da case in rovina il profilo desolato, aspro ed impenetrabile delle Cesane ha nella figura archetipa del pastore una costante presenza armonica al centro di immagini e leggende che l’autore trasfigura attraverso un linguaggio poetico denso, suscitando lo stesso potere evocativo di alcune tele di Luigi Bartolini e di Walter Piacesi, artisti altrettanto affini a quel territorio. Mediante una vibrazione di timbro leopardiano e l’accurata ossessione pascoliana con cui reperta nomi di ogni specie animale e vegetale, Piersanti trasforma la mite barbarie di queste terre in un paesaggio letterario, che diviene l’elemento connettivo di tutta la sua produzione lirica. Attraverso un linguaggio che riproduce una sequenza di elementi, che la memoria rende magica e non astratta, disseppellisce dalle rovine prodotte dagli effetti immemori della tempesta quotidiana questo estremo lembo di civiltà, da cui emana un profumo di umanità diversa, più autentica. Si tratta di un’epopea sospesa tra le miti screziature di uno scenario atemporale ove il sentimento estetico del poeta si distende sistematicamente in felici sequenze di endecasillabi comuni, rivelando un trepidante bisogno di lirica. La cadenza dei versi contiene il gusto del racconto orale, che ora si comprime in maniera essenziale ed ora si dilata in un ritmo atonico, conferendogli il ruolo d’indiscusso cantore di un microcosmo a cui non concede il comodo ripiegamento nostalgico di un pensatore votato ad una dimensione tragica della modernità. Ma piuttosto una fedele ed ostinata devozione ad una rivisitazione in chiave lirica ed enfatica di un humus così pregno di storia e di natura da costituire ipso facto un estremo baluardo verso una deriva densa di inquietudini.
A tratti il respiro dei versi sembri emanazione suggestiva del retaggio arcadico più classico, ma la sua poetica ben lungi dal contenere il trepido abbandono alla facile suggestione di un’utopia edenica, reca al contrario una densità vivamente concreta. La particolarità del tono e delle immagini evocate rendono la sua cifra per certi versi assimilabile a quello stesso legame primordiale che in Pasolini assumeva tuttavia la dolorosa forma del rimpianto.
Mentre in Pasolini la forza evocativa nasce dalla condizione d’inguaribile lacerazione, su cui intende stendere il rassicurante balsamo dell’oblio sottraendosi all’amalgama omologante del sociale; nel poeta delle Cesane da una sensualità compulsiva ed inquieta, con cui restituisce il poeta al ruolo più consono di individuo in lotta contro gli infausti presagi del destino. Non a caso egli ha sia in Leopardi che nel Pascoli i suoi numi tutelari.
Dopo la stagione dell’ubriacatura neoavanguardistica Umberto Piersanti s’inserisce, con rinnovata attenzione al ritmo e al metro, nel solco di un’ontologia poetica di tipo più tradizionale, in virtù del quale la decisività del fattore musicale nel costituirsi della poesia, schiude un varco salvifico e non solo consolatorio verso la sacralità. Una concezione d’imprescindibile individualità che si misura con l’ambiente circostante, in un’evocazione straniata di luoghi e vicende personali, che recano la traccia di un rapporto che il poeta intrattiene col passato collettivo, dando vita a componimenti di intensa forza comunicativa, anche quando il potere armonico e suggestivo del suono si asciuga in un verso lungo e prosastico.
Gian Paolo Grattarola
Umberto Piersanti
I Luoghi persi (Einaudi 1994)
Nel tempo che precede (Einaudi 2002)
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L’OLIMPO DI PIERSANTI COME TRASFIGURAZIONE MITICA DELLA RICERCA.
Di solito un finale o è scontato o è a sorpresa. Difficile immaginare, in un romanzo, qualche cosa di diverso da queste due opzioni ed ancor più un finale che risulti ad un tempo scontato e a sorpresa. Sembra una contraddizione in termini eppure l’ultimo romanzo di Umberto Piersanti “Olimpo” sfata questa beata certezza. Il suo finale è scontato perché l’ossatura del libro è venata fin dal principio dalla larga faglia dell’incomunicabilità generazionale. Ma sorprende perché malgrado la sua ineluttabilità ci dice ancora qualcosa che, nel corso di tutto il libro, non eravamo stati capaci di comprendere da soli.
“Olimpo” è la storia di un rapporto sentimentale difficoltoso, una relazione complicata tra un intellettuale ultracinquantenne sentimentale e trasognato a nome Luca ed Elisa, una ragazza giovane e bella, rinchiusa nello schematismo angusto delle certezze assolute ed aprioristiche. E’ lo scontro tra due modi diversi di rapportarsi alla vita, sia nelle convinzioni politiche che nell’approccio sentimentale, due mentalità che non riescono ad incontrarsi, poiché non è possibile superare l’incomunicabilità in cui precipitano perfino coloro che credono di poter comunicare con il linguaggio del corpo.
Tutto il romanzo si dipana nell’assoluta e perfetta identità del narratore con la figura di Luca,
un uomo che, consapevole di non poter racchiudere il segreto della vita e quindi di poterlo esprimere compiutamente, annoda i temi dell’amore e della ricerca alle suggestioni classiche e ai valori della mitologia pagana, condensandoli nelle sequenze distese di una lunga narrazione. Ogni parola, ogni scampolo di epica fierezza, l’accumulo ossessivo di dettagli naturalistici, tutto è filtrato dalla voce di Luca. Questi e lo scrittore hanno lo stesso punto di vista, il romanzo è costruito in terza persona ma in realtà è come se Umberto Piersanti cerchi una nuova dimensione comunicativa in uno spazio lontano, che le sue riconosciute doti di narratore orale rende magico e non astratto.
La misura mitica e simbolica è qui più forte che altrove e l’evocazione del monte Olimpo è una sublime metafora, una trasfigurazione poetica che contribuisce all’enfatizzazione dei contorni di un paesaggio rupestre consueto dove non possono mancare carpini, boschi di quercelle e le sagome imponenti del Catria e del Nerone.
La narrazione viene risucchiata nel pieno dei sentimenti e delle emozioni, nella densità affettiva delle storie in cui egli prosciuga tutta la sua trepidante ansia di affabulatore. Non si procede, non si va avanti ma si abita un medesimo tempo che varia impercettibilmente e si ritorna senza fine negli stessi luoghi in cui i suoi personaggi si fondono da sempre in epifanie arcaiche.
Che cosa accomuna questo nuovo libro alle raccolte di poesia e ai suoi romanzi precedenti ? Si sarebbe indotti a pensare che il filo rosso sia l’intrecciarsi dei temi della natura e dell’archetipo femminile, un’osmosi di attrazione sensuale e sublimata ad un tempo nei confronti di due universi che ancora rendono possibile descrivere la vita attraverso la pienezza del desiderio.
Poi però scorrendo le pagine ci si avvede che a dominare anche questo libro è la necessità di reagire al deterioramento che regge l’esistenza nelle sue molteplici forme. Il bisogno di erigere un argine al disincantato andare alla deriva dell’uomo, mettendo a nudo, nella distonia tra io e mondo, la necessità del dubbio e la nostalgia del senso. Ma anche la difficoltà di accettare ciò che non conosciamo e che dunque temiamo. No, gli dei sono sogni e immagini degli umani, un modo per dirci che c’è qualcosa oltre quello che vediamo con gli occhi e ascoltiamo con gli orecchi. L’impossibilità, perché no, di ridurre alla conoscenza ciò che alla fine non può essere svelato.
Gian Paolo Grattarola
Umberto Piersanti
OLIMPO
Avagliano Editore 2006
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BIOGRAFIA
Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia La Breve Stagione (1947, Il tempo differente (1974), L’urlo della mente (1977), Nascere nel ’40 (1981), Passaggio di sequenza (1986), I luoghi persi (1994), Nel tempo che precede (2002) di romanzi L’uomo delle Cesane (1994), L’estate dell’altro millennio (2001), Olimpo (2006).
Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.
