CAFFE' STORICO LETTERARIO

Un luogo di incontro virtuale dove poter discutere di cultura sorseggiando un te' seduti in un antico caffè parigino.
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Utente: caffestorico
Nome: Francesco Giubilei curatore del blog Caffe storico letterario, è un ragazzo di Cesena dove frequenta il liceo scientifico. Ama scrivere e leggere. E' l'ideatore e il direttore dell'e-magazine Historica ( www.historicaweb.com ). E' autore di "Giovinezza partitura per mandolino e canto" con la Società editrice Il Ponte Vecchio. Ha vinto il premio letterario internazionale Titano 2007, sezione giovanissimi. BLOG PERSONALE: francescogiubilei.splinder.com E-MAIL: caffestoricoblog@libero.it

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mercoledì, 20 febbraio 2008

 

ADIÓS FIDEL!

 

castro_granmaMio padre porta in casa il Granma come ogni mattina, non so perché lo compri, forse un’abitudine, forse è amico di quel mulatto all’angolo della panetteria di Toyo che lo vende, forse pensa a mia madre che di tanto in tanto ci rincarta roba. Non lo so. Fatto sta che lo compra. Oggi lo sventola a mo’ di bandiera, rosso in volto, emozionato come un ragazzino che racconta una prodezza, sputa fuori una notizia bomba, una cosa sensazionale che farà il giro del mondo.

“Fidel si è dimesso” dice.

“Dimesso da cosa?” domando.

“Non vuol più fare il Presidente del Consiglio di Stato e neppure il Comandante in Capo. Dice che non è attaccato al potere…”

In fin dei conti ha governato soltanto per quarantanove anni, penso.

“E adesso cosa succederà?” chiedo.

“Il Granma riporta una lettera di Fidel a Randy Alonso. Pare che stasera alla Mesa Redonda spiegheranno meglio”.

Sì, alla Mesa Retonta spiegheranno tutto. Non c’è alcun dubbio…

Mio padre è costernato. Legge attentamente i quattro fogli sgualciti del Granma. Non lo avevo mai visto tanto assorto nella lettura di un giornale così inutile. Di solito dà un’occhiata ai risultati di baseball, scorre i programmi televisivi, legge i titoli e scuote la testa, non c’è niente di nuovo, pare che dica, gli imperialisti sono lontani, stanno a casa loro, proprio non la vogliono questa fantastica rivoluzione. Oggi no, invece. Oggi si divora il Granma, non perde una frase, sottolinea, annota, rilegge, non crede ai suoi occhi.

“Cazzo, Alejandro. Siamo senza Fidel. Ti rendi conto?”

Povero papà, lui non è abituato ad alzarsi la mattina e sapere che non c’è babbo Fidel che provvede, non è facile metabolizzare l’idea, pure se dicono che siamo anestetizzati da cinquant’anni di regime.

“Ci resta Raúl, papà. Non ti basta?”.

“Non mi basta no, Alejandro. Vuoi mettere?”

Non ha tutti i torti. Fidel è invecchiato, non è mica lo stesso che prese a scapaccioni Batista, il meglio dei suoi rivoluzionari sono diventati controrivoluzionari e chi ce l’ha fatta è scappato a Miami, lui è rimasto sempre più solo, ma si è fatto nuovi amici. I tempi cambiano, i russi vanno a braccetto con gli statunitensi e i venezuelani governano Cuba a colpi di petrolio. Meo Porcello, detto Chávez, scopre complotti, libera prigionieri dai terroristi e a tempo perso attinge preziosi consigli per costruire il socialismo tropicale. Fidel non ce la fa più, povero vecchio, non c’ha il fisico per tenere in mano le sorti d’una rivoluzione sempre più solida e forte, ci vogliono i giovani. Meno male che  Raúl è ancora un ragazzino, frequenta combattimenti di galli, scommette, qualche volta vince, s’è fatto amico dei cinesi, vuole il socialismo di mercato, c’ha pure qualche vizietto nascosto, un vero scavezzacollo. Siamo davvero in buone mani. Se poi non dovesse bastare c’è Roberto Alarcón, che non s’intende di economia, ma è un rivoluzionario duro e puro, tutto teoria e politica marxista, sacrifici a colpi di machete, zafra e canna da zucchero come se piovesse. Non gli parlate di pesos e dollari ché non se ne intende, mica può sapere tutto lui, che da piccolo nemmeno andava a Varadero, non viaggiava e non frequentava il Tropicana. Povero Alarcón, che a tempo debito gli è mancato un bel culo di mulatta e adesso parla coi giovani e non sa che dire. Per ora è Presidente del Parlamento, sostiene il voto unico, ché bisogna votare senza sapere chi si vota, tanto va sempre bene. Resta Abel Prieto, ministro della cultura per meriti letterari, ché tra lui e la letteratura c’è stata una bella lotta, ma alla fine ha perso la letteratura, poverina, finita nelle sue mani dopo aver frequentato Cabrera Infante e Virgilio Piñeira, non è un bel morire, credo. Abel Prieto dice che a Cuba si può dire e scrivere quello che vogliamo, magari anche pubblicarlo, dirlo in televisione, sostenere che c’è la censura è da stupidi reazionari. E allora la prossima volta, invece di pubblicare in Italia, mando un romanzo inedito a Letras Cubanas, anzi glielo porto a mano, così mi vedono bene in faccia, mi schedano e fanno prima a mettermi dentro.

“Babbo, mi sa che hai ragione” concludo.

“Ho ragione sì. Sono più vecchio di te. Lo so che ho ragione”.

La rivoluzione cubana in mano ai ragazzini mi fa un po’ paura, lo so che si metteranno a giocare con questa cosa messa su da Fidel in quarantanove anni di duro lavoro e la faranno a pezzi. Mi sembra già di vederli. Raúl che perde tempo con galli da combattimento e creoli dagli occhi castani, Alarcón che prende lezioni di economia e Abel Prieto riscrive Il volo del gatto e prova a fare il verso a Lezama. Tanto pure per loro ci sarà un Paradiso, credo. Ecco il grande cambiamento della nostra storia, che tutto cambi perché niente cambi, come ha già detto qualcuno. Adiós Fidel. Ci mancherai.

 

Alejandro Torreguitart Ruiz

L’Avana, 19 febbraio 2008

 

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 


 

Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979) esordisce in Italia con Machi di carta - confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003). Pubblica in seguito: La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2004), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005) e Cuba particular - Sesso all’Avana (Stampa Alternativa, 2007). Sono in cerca di editore la raccolta di racconti All’Avana senza un cazzo da fare – Cronache del dopomuro, il romanzo fantapolitico Mr. Hyde all’Avana e la biografia romanzata Un uomo di nome Che Guevara. Alcuni racconti di impronta politico-esistenziale sono stati pubblicati in rivista e su internet. Gordiano Lupi è il traduttore e il titolare per lo sfruttamento dei diritti sulle sue opere in Italia e per l’Europa. Sito internet: www.infol.it/lupi.

 


 

 

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005), Cuba particular – Sesso all’Avana (Stampa Alternativa, 2007). I suoi lavori più recenti di argomneto cubano sono: Nero Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006) e Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006). Nel corso del 2008 usciranno il taccuino di viaggio Dimenticare L’Avana (Il Foglio) e un libro fotografico su Cuba per Mediane Edizioni di Milano. Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

 

Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come Cominciamo bene le storie di Corrado Augias (libro Serial killer italiani), Uno Mattina di Luca Giurato (libro Serial killer italiani), Odeon TV (trasmissione sui Serial killer italiani) e La Commedia all’italiana su Rete Quattro. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e soprattutto per il saggio su Cuba, intitolato Almeno il pane Fidel, che sta facendo discutere. I suoi libri sono stati oggetto di numerose recensioni e segnalazioni che si possono leggere al sito http://ww.infol.it/lupi

postato da: caffestorico alle ore 15:23 | link | commenti (1)
categorie: attualità
martedì, 19 febbraio 2008

ZUCCHERO AMARO

smokerUna notizia storica.

E' finita l'era Castro.

Fidel a 81 anni, rinuncia alla presidenza, non è più il comandante in capo di Cuba dopo quarantanove anni.

Il lider maximo è figura assai controversa, amato da alcuni e criticato da altri.

Ha ricorrentemente dato la sensazione di aver rivoluzionato tutto per in fondo non cambiare niente.

Molte ombre sul suo percorso.

Troppe morti ingiustificate per l'accesso al potere, troppi puniti ed esclusi nella gestione.

Cuba, con Fidel, può vantarsi (grazie ai favori della Russia) di essere uno dei pochi paesi al mondo che ha resistito al potere Usa.

Nell'isola dello zucchero tuttavia, in tavola poco dolce e molto amaro, perchè sia con Batista e poi con Fidel la grande assente è stata la democrazia.

Francesco Giubilei

postato da: caffestorico alle ore 14:27 | link | commenti (10)
categorie: attualità
martedì, 20 novembre 2007

Onde evitare che i contributi e i post apparsi sul vecchio Caffè Storico vengano perduti riproporrò ogni tanto qualche articolo, racconto, recensione degno di nota, iniziamo con questo racconto:

Il rumore di un libro al mattino

di MariaGiovanna Luini

E’ salita a Firenze. Me ne sono accorto perché è riuscita a svegliarmi: dormivo da almeno un’ora e lei si è avvicinata al mio posto e ha sbattuto con malagrazia un libro sul piccolo tavolino che dovrebbe separarci. Ho aperto gli occhi e notato i suoi goffi tentativi di farsi aiutare per sistemare la valigia sopra la nostra testa: ho finto di niente, più per l’irritazione di essere stato svegliato che per mancanza di galanteria. Sono gentile, di solito. Molto gentile. Lei ha guardato in giro e ha visto un uomo in giacca scura, che si è alzato e l’ha aiutata a piazzare l’enorme borsa al suo posto.

Si è seduta, poi. Ha afferrato il libro senza aprirlo e mi ha osservato nascosta dietro un paio di occhiali da sole dozzinali, di quelli che usano quasi tutte le donne: lenti ampie e griffate, poca sostanza e molta apparenza. Ma sono cattivo, oggi: sarà la sveglia alle quattro e mezza, sarà la cena di ieri sera che non ho digerito, sarà questo viaggio inutile stupido completamente fuori senso, ma ho voglia di prendermela con il mondo. Senza pietà. Senza dare spazio a sensi di colpa.

Comunque.

Questa donna di fronte a me ha i capelli castani con qualche stria bionda inventata da un parrucchiere poco creativo, indossa un cardigan marroncino con qualche stupido strass e un orologio d’oro. Di quelli che potrebbero anche piacermi, se non fosse oggi se non fossimo qui e se non si trattasse di lei. Che mi ha svegliato lanciando un libro con un’irruenza che una donna non dovrebbe conoscere. Tenta di leggere, adesso, ma ha nelle orecchie gli auricolari di un piccolo aggeggio che squilla spara eiacula musica a volume spaventoso: come possa leggere e capire quel giallo da due soldi che ha in mano è incomprensibile.

Devo bere un caffè. Sta passando il baracchino che scampanella, ho visto che per un euro di può avere un caffè stitico in tazza piccola: l’uomo me lo porge ma prima afferra l’euro. Bevo. Così forse mi passa la nausea. Oppure dimentico per qualche istante la sveglia di questa mattina e la stazione vuota con due poliziotti e un cane che mi ha annusato, il treno pieno di zanzare, la donna lamentosa dietro di me che non ha stampato il biglietto e pretendeva di avere ragione con il controllore, e lei. Lei qui davanti, con la faccia da stronza e il coraggio di svegliarmi sbattendo un libro sul tavolino.

Quest’arpia con la musica a palla nelle orecchie mi ricorda la ragazza che avevo al liceo. Si chiamava Clara e i suoi genitori erano morti in un incidente stradale: la aiutavano tutti, perfino i professori, perché era orfana. Ma io la conoscevo bene. Perché la scopavo. Era cattiva, cattiva dentro, e la morte dei genitori non c’entrava affatto: doveva essere il DNA, quell’insieme di geni che non si sa bene da dove venga a renderla tanto sgradevole. Se la prendeva con il mondo e sembrava trarre piacere dal tormentare provocare stuzzicare offendere la sensibilità di chi aveva la sfortuna di incrociarla. A me piaceva perché allargava le gambe senza fare storie e non disdegnava la mia creatività nelle pratiche sessuali più estreme. Le piaceva, anzi, che le chiedessi di provare cose nuove. Per un po’ feci finta di non notare la sua assoluta mancanza di grazia, la maligna bestialità, poi mi stancai: le posizioni sessuali erano diventate sempre le stesse e non mi divertivo più.

La donna qui davanti ha chiuso il libro. Guarda impettita, con una ruga antipatica ai lati della bocca, una tizia che legge qualcosa. La giudica, sono sicuro: esistono persone che giudicano all’istante, come se fossero convinte di essere nate per quello. Non mi piacerebbe vivere con una donna così, e non è solo perché non ho mai vissuto con una donna: il problema è che ho in mente il modello preciso di femmina che vorrei, e non riesco a trovarne uno in carne e ossa. La dolcezza, quella pulizia che solo una donna può avere sono utopie. Forse. In ogni caso, non vivrei mai con la donna che adesso mi sta fissando.

-         Che cosa legge?

Mi ha parlato. Ha aperto la bocca all’improvviso e ha emesso suoni, e ora aspetta che risponda.

-         La vita di una poetessa russa

Ho dovuto risponderle. So che non capirà: a malapena sa che cosa sia una poesia, si vede dagli occhi porcini e dalle sopracciglia arcuate. Infatti mi fissa senza espressione.

-         Chi è?

Stiamo scivolando nel dramma. Nella discussione inutile paradossale sterile. Vuole riempire il vuoto della sua testa con qualche minuto di chiacchiere.

-         Una poetessa morta suicida

Il suo telefono squilla. Meno male. Appoggia all’orecchio un aggeggio colore della sabbia e dell’oro da mercato arabo, dal quale pende un’insulsa treccina marrone, e pigola.

-         Ciao, Anna. Sono in treno. Parlavo di poesia con un signore

“Un signore che hai svegliato sbattendo un libro giallo da dementi sul tavolino, un signore che ti trova odiosa e non vuole parlare con te. E ha capito benissimo che tu di poesia sai al massimo la litania che ti hanno insegnato all’asilo per la festa della mamma”. Sì, sono nervoso, ma non posso farne a meno. Non sopporto che si invada la mia vita come sta facendo questa donna.

-         No, non so come si chiami

“Mi chiamo Sergio ma la cosa non ti riguarda, e se me lo chiederai ti dirò che mi chiamo Mario”.

-         Come si chiama?

Banale. Mi sorride come se fossimo complici.

-         Mario

-         Si chiama Mario. Sì, esistono ancora uomini con un nome così

Fantastico. Vorrei che in questo vagone ci fosse un Mario incazzoso quanto lo sono io: mi piacerebbe vederlo alzarsi e schiaffeggiare questa cretina che squittisce dentro un cellulare improbabile.

-         Non so, ora chiedo. Lei scende a Roma?

Non posso mentire. O Roma o Napoli, non si sbaglia.

-         Sì

-         Sì, scende a Roma. Bé, ora vado. Chiudo, la linea va e viene e non sento ciò che dici

Clic. Mi guarda con gli occhiali da sole da maliarda.

-         Va a lavorare, a Roma?

“No, ogni mattina mi alzo alle quattro e mezza e prendo questo treno del cazzo perché mi diverto”.

-         Sì

-         Peccato, avremmo potuto bere qualcosa insieme

Bere qualcosa insieme. E’ peggio di quanto credessi. E’ una donna che non esita a proporre una bevuta al primo uomo che incontra in treno. Dopo averlo sgarbatamente svegliato con libri sbattuti, rintronato con musica vomitevole e disturbato nell’unico tentativo di leggere qualcosa.

-         Magari un’altra volta

Ho cercato di essere neutro. Non dico gentile, ma neutro. Lei sorride.

-         Non ha proprio tempo per un caffè?

I miei occhi cercano aiuto. Siamo a Roma, ormai: lo capisco dalle quattro case con le scritte sui muri e dai cavalcavia annodati come serpenti.

-         Va bene

Avrei voluto evitare, questa volta. E’ già successo e so come è andata. Devo lasciare stare le donne come lei: sono cattive vuote stupide e se scopano lo fanno con astio, quasi volessero dimostrarti che sei un porco. Come tutti. Però il “Va bene” mi è scappato, e non posso più tirarmi indietro.

-         Benissimo!

Il treno è in stazione. Scendiamo senza parlare.

-         Abito qui vicino, posso invitarla a casa mia?

Ci penso solo due secondi: non fa differenza ormai, ho messo il mio libro in borsa e deciso di non pensare. Di non notare la faccia arcigna di questa donna che mi provoca e non si rende conto.

-         D’accordo

La casa è piccola e buia: l’odore di chiuso soffoca la gola, lei apre la finestra e si appoggia al davanzale.

-         Ho visto come mi guardavi

Annuisco. Tanto sarebbe inutile spiegare.

-         So che mi vuoi

Le altre volte. Le ho tutte davanti come scene di un film in bianco e nero. Le mani prudono, vorrei uscire. Sono ancora in tempo.

Si avvicina.

-         Sei uno di poche parole. Mi piacciono gli uomini come te, sembrano sempre un po’ cattivi

Cattivo. No, non sono cattivo. Io. Sei tu a rendere tutto difficile. Allontanati. Le altre volte non sono riuscito a scappare, prima. Solo dopo. Oggi voglio andare via. E’ meglio anche per te.

-         Non essere ritroso. Mi piaci. Forza, sii coraggioso

Mi tocca. Ha messo la mano sui miei pantaloni.

-         Eddai

Non capisce, non riesce proprio a capire. Muove la mano e io mi sto eccitando. Adesso che la guardo da vicino vedo che è vecchia, ha gli occhi freddi e non conosce dolcezza. Sono sicuro che faccia la stessa cosa con tutti gli uomini che incontra. Tutti. Le mie mani prudono di più, sono sul suo seno adesso.

-         Bravo, così

Sospira e chiude gli occhi. Non posso fermarmi, non ci riesco più. Ma è colpa sua. Solo sua. Ero in treno e dormivo, mi ha svegliato con un libro giallo sbattuto sul tavolino, ha voluto parlare e portarmi a casa sua. Ha messo la mano lì e ora mi bacia. E’ lei che insiste. E non posso fermarmi, adesso.

-         Il letto è di qua

Mi prende per mano, andiamo in una camera ancora più buia. Sposta il copriletto che sa di polvere: sono sicuro che dovrò lavarmi molto bene. Non sopporto la sporcizia, mi si attacca al corpo e non se ne va più. Mi sdraio accanto a lei e la spoglio: sembra contenta mentre lo faccio. Sembrano tutte contente. Sempre.

-         Bravo

Sospira. Le mie mani le piacciono.

-         Continua

Non posso continuare. E’ tutto il corpo a prudere adesso. Sarà la sporcizia di questo posto, sarà lei che mi disgusta sarà che mi sono svegliato presto, devo finire. Finire subito. Per andare via.

Apre le gambe e mi accoglie. Sembra avere capito come andrà a finire. Sospira ancora e ancora mentre lo faccio.

Poi.

Sono le mani, come le altre volte. Non le posso comandare. Si avvicinano al suo collo e lo sfiorano. Lo afferrano come per caso.

E stringono. Stringono. Stringono ancora.

Diventa blu: i suoi occhi mi fissano stupiti, li vedo attraverso la nebbia della stanza. Mi guardano tutte così quando le mie mani stringono forte: forse si chiedono perché. Eppure dovrebbero saperlo: si offrono al primo che arriva, lo trattano senza dolcezza poi chiedono perché. E’ un nonsenso.

Stringo.

Non respira più. Devo chiuderle gli occhi. E lavarmi, subito. Per andare via.

Non voglio pensare al suo viso bovino e al libro che ha sbattuto sul tavolino, agli occhiali da sole dozzinali e a questa casa buia con la puzza di chiuso.

Spero abbia tanto sapone in bagno. C’è molta polvere qui.

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venerdì, 02 novembre 2007

CHIUSE LE STALLE QUANDO I BUOI SONO GIA’ SCAPPATI

Di Francesco Giubilei

 

Non è la prima volta che succede che una donna viene ammazzata da un cittadino straniero.

Delitti primitivi come qualcuno li ha definiti, barbarici come ha fatto qualcun altro, più in generale folli, ma che trovano una logica in persone che non hanno le minime risorse per vivere.

Omicidi dietro ai quali si nascondono ragioni sociali complesse, fenomeni di emarginazione, di superficialità delle istituzioni nazionali.

Mi ha colpito in questa vicenda, intendo la morte di Giovanna Reggiani, la storia di quella ragazza rom che ha avuto il coraggio di avvertire i carabinieri e di fare il nome dell’aggressore.

Ora quella ragazza si trova al sicuro, in un luogo segreto perché i rom hanno promesso vendetta contro questa “traditrice”.

Voi siete nati per lavorare, noi per rubare” ha confessato una rom a una mia conoscente. Frase emblematica.

Per fortuna che c’è il governo che ha varato un decreto contro la criminalità.

Che tempismo, complimenti.

Hanno chiuso le stalle quando i buoi sono già scappati.

Sono d’accordo con Il Manifesto che ieri titola così: “Governo d’emergenza” ed accusa il governo di avere agito sull’onda emotiva del fatto.

Una legge fatta in quattro e quattr’otto per cercare di recuperare i voti perduti e gli errori fatti.

Una legge tardiva che doveva essere varata già da alcuni anni.

L’Italia un paese buffo, ci si muove solo quando succede qualcosa e questa legge ne è una dimostrazione.

Si è aspettato troppo tempo, doveva morire una persona, l’ennesima, perché ci si accorgesse che le cose non vanno bene.

E’ successo allo stesso modo quasi un anno fa con la morte dell’ispettore Filippo Raciti prima di riformare il sistema calcio.

Quante altre vittime ci dovranno essere prima di fare una legge seria che regolamenti l’ingresso degli extracomunitari?

Veltroni, un po’ di quel tappeto rosso che ha messo per la passerella del festival del cinema lo poteva anche stendere lungo quei settecento metri di scempio che separano la stazione dal centro abitato di Tor di Quinto.

Magari due luci del presepio per illuminarlo un po’.

La scadente e presuntuosa classe politica italiana sappia che la grandezza del paese deriva dalla formidabile energia dell’impero romano, dalla geniale capacità dei nostri figli migliori nei secoli.

Michelangelo, Brunelleschi, Giotto, Dante Alighieri, Marconi, Volta e perché no anche Enzo Ferrari, non credo che si sarebbero mai seduti sui banchi di Monte Citorio per complicità alcuna.

I nostri governanti che con la loro mediocrità e dubbia onestà non permettono di riproporre episodi culturali - economici - sociali significativi, abbiano almeno il pudore e l’umiltà di conservare il patrimonio che altri, fin troppo generosamente, gli hanno consegnato e tutelare la nostra sicurezza.

http://www.historicaweb.com

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