CAFFE' STORICO LETTERARIO

Un luogo di incontro virtuale dove poter discutere di cultura sorseggiando un te' seduti in un antico caffè parigino.
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Blogger: caffestorico
Nome: Francesco Giubilei curatore del blog Caffe storico letterario, è un ragazzo di Cesena dove frequenta il liceo scientifico. Ama scrivere e leggere. E' l'ideatore e il direttore dell'e-magazine Historica ( www.historicaweb.com ). E' autore di "Giovinezza partitura per mandolino e canto" con la Società editrice Il Ponte Vecchio. Ha vinto il premio letterario internazionale Titano 2007, sezione giovanissimi. BLOG PERSONALE: francescogiubilei.splinder.com E-MAIL: caffestoricoblog@libero.it

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mercoledì, 12 dicembre 2007

QUANDO GLI INTELLETTUALI SI RIMBOCCANO LE MANICHE... DELLA COSCIENZA CIVILE...

di Milvia Comastri

http://rossiorizzonti.splinder.com

P1050342

L’unico incontro a cui ho assistito durante la Fiera della Piccola e Media Editoria conclusasi a Roma domenica scorsa è stato quello che si è svolto fra Roberta Carlotto, Silvio Di Francia, Michele Placido e coordinato da Marco Lodoli.

Il tema trattato mi ha ridato un soffio di speranza, e anche un briciolo di fiducia sul futuro di luoghi il cui nome è legato frequentemente a episodi di cronaca non certo felici.

Mi riferisco alle periferie più disagiate di grandi città come Roma e Napoli, e a un paese della Calabria, San Luca, sul quale non ho certo bisogno di aggiungere altro, oltre il nome.

Probabilmente molti sono a conoscenza che a Tor Bella Monaca, al Lido di Ostia, a Scampia e appunto a San Luca, sono sorti teatri o nuovi progetti teatrali dove i teatri erano già esistenti. Io non lo sapevo, e apprenderlo mi ha fatto veramente piacere.

Finalmente, come era già accaduto molti anni fa, anche se con modalità diverse, la cultura va a casa di…, invece di ospitare a casa propria sempre la stessa cerchia ristretta, i soliti noti, insomma, quelli che, grosso modo, la cultura già la possiedono.

Sono sorti così i teatri di cintura, i teatri per, e di, coloro cui la parola cultura è del tutto estranea.

Attraverso questi progetti il teatro diviene un ottimo strumento di aggregazione, soprattutto se rivolto ai giovani, che, attraverso i laboratori, ne diventano parte attiva. Un’alternativa al vuoto, a quella noia imposta da

un “non vivere”, da una decerebrazione che, se negli ultimi vent’anni ha colpito un po’ tutti, come una sorta di pialla, ha letteralmente fatto inginocchiare le periferie in una posizione di totale arretratezza culturale difficile perfino da immaginare. E che conduce sempre più frequentemente i suoi più giovani abitanti a compiere azioni criminali che li segnano per sempre.

 

Dice Marco Lodoli: “I ragazzi vanno dove trovano energia, e se credono di trovarla in un centro commerciale è lì che vanno. Bisogna quindi dimostrare loro che ci può essere energia in altro, e fargliela trovare davanti a casa. Il teatro può diventare una fonte di energia e soprattutto i laboratori dove i giovani possono diventare protagonisti.”

Coinvolgimento, aggregazione, diventano dunque parole salvifiche.

Andare nei luoghi dove non c’è nulla, per portare non solo le senza dubbio indispensabili fogne, ma anche teatro, musica, parole vive. Una possibilità per un futuro vivibile.

Grazie dunque a chi ha realizzato questi progetti: a Michele Placido, per il Teatro di Tor Bella Monaca, a Roberta Carlotto, che al Mercadante di Napoli ha pensato a “arrevuoto” (espressione dialettale che significa rivoltare, mettere sotto sopra), un progetto teatrale che coinvolge giovani e adolescenti di Scampia. Grazie a chi ha fatto nascere “Fara nume” il teatro di Ostia, costruito da muratori rumeni e che a uno di loro deve il nome: qualcuno chiese infatti a un operaio rumeno che nome gli sarebbe piaciuto dare al teatro, e lui rispose fara nume, in italiano, senza nome. Anche questo mi piace.

Grazie, per il progetto San Luca, ai tanti uomini di cultura che l’hanno fortemente voluto.

“E dopo San Luca, Gela”, conclude Michele Placido.

E, penso io, dopo Gela,  che questi progetti nascano in tutti i luoghi dove non si vive, ma si vegeta.

 

Termino con la segnalazione di link dove si possono reperire notizie dettagliate sui progetti  cui ho fatto cenno.

 

http://www.teatrotorbellamonaca.it

http://www.teatrofaranume.it/

http://www.teatro.org/rubrice/news/dettaglio.asp?id_news=4959

http://calabriaindipendente.wordpress.com/2007/09/28/san-luca-camilleri-promuove-un-progetto-teatrale/

http://www.abitarearoma.net/index.php?doc=articolo&id_articolo=3481

(e anche di questo, di cui non ho parlato)

  

http://www.teatrofaranume.it/

 

Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre, ignoti hanno incendiato il teatro!

 

Un gesto vile, che ha colpito al cuore noi, che da anni ci adoperiamo per far crescere questo teatro, e tutta la cittadinanza.

 

http://www.teatromercadante.it/

 

Arrevuoto: Scampia – Napoli.

progetto triennale a cura di Roberta Carlotto

diretto da Marco Martinelli |Teatro delle Albe

 

http://www.teatrotorbellamonaca.it

In particolare, il Teatro Tor Bella Monaca vuole posizionarsi con una fisionomia precisa nel panorama dell’offerta cittadina, proponendosi come luogo vissuto, capace di incuriosire, aggregare, stimolare.

Spettacoli di prosa e di danza; proposte per i ragazzi e concorsi per i nuovi talenti; musica e mostre; recital e appuntamenti speciali nelle festività; l’apertura alla creatività del territorio e l’attività di formazione: con questo patrimonio di proposte interdisciplinari, e con l’apertura a veri e propri eventi, cinematografici o internazionali, il Teatro Tor Bella Monaca si propone al territorio e alla città intera.

 

Tutto questo grazie al contribuito e alla generosa risposta di tanti artisti affermati e dall’impegno di giovani universitari e gruppi territoriali.

 

Dopo due anni di proficua collaborazione con l’Ente Teatrale Italiano al quale vanno i riconoscimenti per la professionalità e la competenza, dalla stagione 2007/2008 la gestione del Teatro è passata all'Associazione Teatro di Roma.

postato da: caffestorico alle ore 18:45 | link | commenti (8)
categorie: cinema e spettacolo
mercoledì, 01 agosto 2007

L’Italia amata da Tarantino

di Filippo Gatti

Non si sono ancora spente le polemiche per le dichiarazioni del regista
americano Quentin Tarantino sul cinema italiano contemporaneo.
La scarsa valutazione data all’attuale produzione nostrana ha subito
scatenato un dibattito interno tra gli addetti ai lavori.
L’intenzione di chi scrive non è intervenire nel merito della questione
schierandosi a favore o contro a questa o quella opinione, ma è chiarire
un’incomprensione di fondo, manifestatasi anche in questa occasione.
E’ un fraintendimento che si trascina ormai da tempo, da quando, alla
mostra di Venezia del 2004, Tarantino patrocinò una rassegna sul cinema italiano di genere.
Dalla proiezione di W la foca (regia di Nando Cicero, 1982) in poi, il
regista di Pulp Fiction (1994) venne deliberatamente associato alle commedie sexy come fossero un genere a lui caro. Un luogo comune assolutamente falso.
Non si vuole qui, sia chiaro, svilire quel tipo di commedia, si vuol
soltanto sottolineare che è assolutamente estraneo all’estetica e al cuore
del regista statunitense.
Tenendo fede al titolo, tenterò di dare un breve e approssimativo quadro di quale sia il cinema italiano amato da Tarantino, senza nessuna presunzione di esaustività, solamente come stimolo da cui partire per una più approfondita riflessione per neofiti dell’argomento.
Lo farò evidenziando alcune tra le numerose tracce nelle opere del regista ricollegabili ad autori italiani.
L’amore di Tarantino per il cinema italiano di genere degli anni ‘60\’70 è
evidente e dichiarato e concorre a delineare lo stile stesso dell’autore,
ne è parte fondante, insieme all’exploitation a stelle e strisce, al
wuxiapian e al gong fu pian di Hong Kong e ad altre influenze, trasversali
a classificazioni cinematografiche, di medium o più apertamente artistiche.
I generi italiani prediletti da Tarantino, però, sono il western, il
poliziesco e l’horror, non certo le commedie sexy. Peri film di Pierino,
Quentin, non spende che poche e tiepide parole.
Per quanto riguarda il western, su tutti c’è Leone: se non bastasse la
camminata nel deserto della Thurman in Kill Bill: Vol. 2 (2004), a omaggiare quella di Henry Fonda in C’era una volta il West (1968), si pensi che “Give me a Leone” è una frase abituale del regista americano quando vuole ottenere un certo primo piano. Come ha recentemente dichiarato, considera Sergio Leone l’autore più importante per l’evoluzione del cinema hollywoodiano dei nostri giorni.
Poi Sergio Corbucci: si guardi I crudeli (1967) insieme a Dal tramonto
all’alba (From Dusk Till Dawn, Robert Rodriguez 1996), film sceneggiato da Tarantino: i fratelli psicotici dei due film (quello di Dal tramonto
all’alba interpretato da Tarantino stesso) sembrano un unico personaggio, addirittura si ha l’impressione si somiglino fisicamente. Altro frammento esemplare è l’orecchio mozzato ne Le iene (Reservoir Dogs, 1992), che rimanda direttamente a Django (1966).
Giulio Petroni, con il suo Da uomo a uomo (1967), viene chiamato in causa in Kill Bill: Vol. 1 (2003) per il soggetto della sequenza anime e per la luce rossa lampeggiante allo scatenarsi delle vendette della sposa, espediente già ripreso dal noto gong fu pian Five Fingers Of Death (Tian xia di yi quan, Chang-Hwa Jeong 1972).
Altro western degno di menzione è La resa dei conti di Sergio Sollima
(1966), considerato da Tarantino una delle più felici espressioni dello
spaghetti western dopo le opere di Leone.
Fernando Di Leo è il regista prediletto di polizieschi.
Da La mala ordina (1972) e da Frank Weston e David Catanìa (Woody Strode e Henry Silva), i due gangster protagonisti del film, trae spunto
l’irresistibile coppia formata da John Travolta e Samuel L. Jackson in Pulp Fiction (1994).
Sempre da un film del regista italiano, probabilmente, anche la passione,
poi coltivata, per Barbara Bouchet, splendida in Milano calibro 9 (1972).
Altre opere di autori italiani ben presenti a Tarantino sono, ad esempio, La belva col mitra di Sergio Grieco (1977), trasmesso dal televisore in casa di Ordell (Samuel L. Jackson) in Jackie Brown (1997), Città violenta di Sergio Sollima (1970), evocato nella sequenza anime di Kill Bill: Vol. 1, e
Inglorious Bastards di Enzo G. Castellari (Quel maledetto treno blindato,
1977), il cui favoleggiato remake è progetto promesso da anni.
Passando all’horror, Lucio Fulci è considerato un vero maestro del genere:
“Lucio Fulci godfather of gore” è la scritta sulla maglietta di un
personaggio secondario di Grave Danger (2005), l’episodio tarantiniano della serie C.S.I., e le lacrime di sangue della terribile Gogo Yubari in Kill
Bill: Vol. 1, prese da Paura nella città dei morti viventi (1980), sono una
conferma in tal senso; ma Tarantino ha parole di grande stima anche per
Mario Bava, Antonio Margheriti e Dario Argento.
Nelle scelte musicali, così importanti per l’artista, riecheggia spesso
l’Italia,tanto da meritare alcune righe a parte, scindendo gli autori dai
registi e dai film cui abitualmente vengono associati: si va dal venerato e
onnipresente Morricone a Bacalov, da Stelvio Cipriani a Pino Donaggio, dai fratelli De Angelis a Umberto Smaila dei ‘gatti di vicolo miracoli’, che
Tarantino obbligò ad una performance musicale via telefono mentre lavorava a Jackie Brown.
Questo è solo un antipasto, un ragionamento più approfondito comporterebbe la stesura di un saggio. Mancando, ad oggi, un testo esauriente sull’argomento, può essere di giovamento andarsi a leggere una tesi di laurea, Quentin Tarantino e il cinema italiano di genere
(www.tesionline.it), augurandosi che presto ne facciano un libro.
Naturalmente non vi si trovano capitoli dedicati alla commedia sexy.

postato da: caffestorico alle ore 16:39 | link | commenti (9)
categorie: cinema e spettacolo