CAFFE' STORICO LETTERARIO

Un luogo di incontro virtuale dove poter discutere di cultura sorseggiando un te' seduti in un antico caffè parigino.
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Blogger: caffestorico
Nome: Francesco Giubilei curatore del blog Caffe storico letterario, è un ragazzo di Cesena dove frequenta il liceo scientifico. Ama scrivere e leggere. E' l'ideatore e il direttore dell'e-magazine Historica ( www.historicaweb.com ). E' autore di "Giovinezza partitura per mandolino e canto" con la Società editrice Il Ponte Vecchio. Ha vinto il premio letterario internazionale Titano 2007, sezione giovanissimi. BLOG PERSONALE: francescogiubilei.splinder.com E-MAIL: caffestoricoblog@libero.it

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martedì, 20 novembre 2007

Onde evitare che i contributi e i post apparsi sul vecchio Caffè Storico vengano perduti riproporrò ogni tanto qualche articolo, racconto, recensione degno di nota, iniziamo con questo racconto:

Il rumore di un libro al mattino

di MariaGiovanna Luini

E’ salita a Firenze. Me ne sono accorto perché è riuscita a svegliarmi: dormivo da almeno un’ora e lei si è avvicinata al mio posto e ha sbattuto con malagrazia un libro sul piccolo tavolino che dovrebbe separarci. Ho aperto gli occhi e notato i suoi goffi tentativi di farsi aiutare per sistemare la valigia sopra la nostra testa: ho finto di niente, più per l’irritazione di essere stato svegliato che per mancanza di galanteria. Sono gentile, di solito. Molto gentile. Lei ha guardato in giro e ha visto un uomo in giacca scura, che si è alzato e l’ha aiutata a piazzare l’enorme borsa al suo posto.

Si è seduta, poi. Ha afferrato il libro senza aprirlo e mi ha osservato nascosta dietro un paio di occhiali da sole dozzinali, di quelli che usano quasi tutte le donne: lenti ampie e griffate, poca sostanza e molta apparenza. Ma sono cattivo, oggi: sarà la sveglia alle quattro e mezza, sarà la cena di ieri sera che non ho digerito, sarà questo viaggio inutile stupido completamente fuori senso, ma ho voglia di prendermela con il mondo. Senza pietà. Senza dare spazio a sensi di colpa.

Comunque.

Questa donna di fronte a me ha i capelli castani con qualche stria bionda inventata da un parrucchiere poco creativo, indossa un cardigan marroncino con qualche stupido strass e un orologio d’oro. Di quelli che potrebbero anche piacermi, se non fosse oggi se non fossimo qui e se non si trattasse di lei. Che mi ha svegliato lanciando un libro con un’irruenza che una donna non dovrebbe conoscere. Tenta di leggere, adesso, ma ha nelle orecchie gli auricolari di un piccolo aggeggio che squilla spara eiacula musica a volume spaventoso: come possa leggere e capire quel giallo da due soldi che ha in mano è incomprensibile.

Devo bere un caffè. Sta passando il baracchino che scampanella, ho visto che per un euro di può avere un caffè stitico in tazza piccola: l’uomo me lo porge ma prima afferra l’euro. Bevo. Così forse mi passa la nausea. Oppure dimentico per qualche istante la sveglia di questa mattina e la stazione vuota con due poliziotti e un cane che mi ha annusato, il treno pieno di zanzare, la donna lamentosa dietro di me che non ha stampato il biglietto e pretendeva di avere ragione con il controllore, e lei. Lei qui davanti, con la faccia da stronza e il coraggio di svegliarmi sbattendo un libro sul tavolino.

Quest’arpia con la musica a palla nelle orecchie mi ricorda la ragazza che avevo al liceo. Si chiamava Clara e i suoi genitori erano morti in un incidente stradale: la aiutavano tutti, perfino i professori, perché era orfana. Ma io la conoscevo bene. Perché la scopavo. Era cattiva, cattiva dentro, e la morte dei genitori non c’entrava affatto: doveva essere il DNA, quell’insieme di geni che non si sa bene da dove venga a renderla tanto sgradevole. Se la prendeva con il mondo e sembrava trarre piacere dal tormentare provocare stuzzicare offendere la sensibilità di chi aveva la sfortuna di incrociarla. A me piaceva perché allargava le gambe senza fare storie e non disdegnava la mia creatività nelle pratiche sessuali più estreme. Le piaceva, anzi, che le chiedessi di provare cose nuove. Per un po’ feci finta di non notare la sua assoluta mancanza di grazia, la maligna bestialità, poi mi stancai: le posizioni sessuali erano diventate sempre le stesse e non mi divertivo più.

La donna qui davanti ha chiuso il libro. Guarda impettita, con una ruga antipatica ai lati della bocca, una tizia che legge qualcosa. La giudica, sono sicuro: esistono persone che giudicano all’istante, come se fossero convinte di essere nate per quello. Non mi piacerebbe vivere con una donna così, e non è solo perché non ho mai vissuto con una donna: il problema è che ho in mente il modello preciso di femmina che vorrei, e non riesco a trovarne uno in carne e ossa. La dolcezza, quella pulizia che solo una donna può avere sono utopie. Forse. In ogni caso, non vivrei mai con la donna che adesso mi sta fissando.

-         Che cosa legge?

Mi ha parlato. Ha aperto la bocca all’improvviso e ha emesso suoni, e ora aspetta che risponda.

-         La vita di una poetessa russa

Ho dovuto risponderle. So che non capirà: a malapena sa che cosa sia una poesia, si vede dagli occhi porcini e dalle sopracciglia arcuate. Infatti mi fissa senza espressione.

-         Chi è?

Stiamo scivolando nel dramma. Nella discussione inutile paradossale sterile. Vuole riempire il vuoto della sua testa con qualche minuto di chiacchiere.

-         Una poetessa morta suicida

Il suo telefono squilla. Meno male. Appoggia all’orecchio un aggeggio colore della sabbia e dell’oro da mercato arabo, dal quale pende un’insulsa treccina marrone, e pigola.

-         Ciao, Anna. Sono in treno. Parlavo di poesia con un signore

“Un signore che hai svegliato sbattendo un libro giallo da dementi sul tavolino, un signore che ti trova odiosa e non vuole parlare con te. E ha capito benissimo che tu di poesia sai al massimo la litania che ti hanno insegnato all’asilo per la festa della mamma”. Sì, sono nervoso, ma non posso farne a meno. Non sopporto che si invada la mia vita come sta facendo questa donna.

-         No, non so come si chiami

“Mi chiamo Sergio ma la cosa non ti riguarda, e se me lo chiederai ti dirò che mi chiamo Mario”.

-         Come si chiama?

Banale. Mi sorride come se fossimo complici.

-         Mario

-         Si chiama Mario. Sì, esistono ancora uomini con un nome così

Fantastico. Vorrei che in questo vagone ci fosse un Mario incazzoso quanto lo sono io: mi piacerebbe vederlo alzarsi e schiaffeggiare questa cretina che squittisce dentro un cellulare improbabile.

-         Non so, ora chiedo. Lei scende a Roma?

Non posso mentire. O Roma o Napoli, non si sbaglia.

-         Sì

-         Sì, scende a Roma. Bé, ora vado. Chiudo, la linea va e viene e non sento ciò che dici

Clic. Mi guarda con gli occhiali da sole da maliarda.

-         Va a lavorare, a Roma?

“No, ogni mattina mi alzo alle quattro e mezza e prendo questo treno del cazzo perché mi diverto”.

-         Sì

-         Peccato, avremmo potuto bere qualcosa insieme

Bere qualcosa insieme. E’ peggio di quanto credessi. E’ una donna che non esita a proporre una bevuta al primo uomo che incontra in treno. Dopo averlo sgarbatamente svegliato con libri sbattuti, rintronato con musica vomitevole e disturbato nell’unico tentativo di leggere qualcosa.

-         Magari un’altra volta

Ho cercato di essere neutro. Non dico gentile, ma neutro. Lei sorride.

-         Non ha proprio tempo per un caffè?

I miei occhi cercano aiuto. Siamo a Roma, ormai: lo capisco dalle quattro case con le scritte sui muri e dai cavalcavia annodati come serpenti.

-         Va bene

Avrei voluto evitare, questa volta. E’ già successo e so come è andata. Devo lasciare stare le donne come lei: sono cattive vuote stupide e se scopano lo fanno con astio, quasi volessero dimostrarti che sei un porco. Come tutti. Però il “Va bene” mi è scappato, e non posso più tirarmi indietro.

-         Benissimo!

Il treno è in stazione. Scendiamo senza parlare.

-         Abito qui vicino, posso invitarla a casa mia?

Ci penso solo due secondi: non fa differenza ormai, ho messo il mio libro in borsa e deciso di non pensare. Di non notare la faccia arcigna di questa donna che mi provoca e non si rende conto.

-         D’accordo

La casa è piccola e buia: l’odore di chiuso soffoca la gola, lei apre la finestra e si appoggia al davanzale.

-         Ho visto come mi guardavi

Annuisco. Tanto sarebbe inutile spiegare.

-         So che mi vuoi

Le altre volte. Le ho tutte davanti come scene di un film in bianco e nero. Le mani prudono, vorrei uscire. Sono ancora in tempo.

Si avvicina.

-         Sei uno di poche parole. Mi piacciono gli uomini come te, sembrano sempre un po’ cattivi

Cattivo. No, non sono cattivo. Io. Sei tu a rendere tutto difficile. Allontanati. Le altre volte non sono riuscito a scappare, prima. Solo dopo. Oggi voglio andare via. E’ meglio anche per te.

-         Non essere ritroso. Mi piaci. Forza, sii coraggioso

Mi tocca. Ha messo la mano sui miei pantaloni.

-         Eddai

Non capisce, non riesce proprio a capire. Muove la mano e io mi sto eccitando. Adesso che la guardo da vicino vedo che è vecchia, ha gli occhi freddi e non conosce dolcezza. Sono sicuro che faccia la stessa cosa con tutti gli uomini che incontra. Tutti. Le mie mani prudono di più, sono sul suo seno adesso.

-         Bravo, così

Sospira e chiude gli occhi. Non posso fermarmi, non ci riesco più. Ma è colpa sua. Solo sua. Ero in treno e dormivo, mi ha svegliato con un libro giallo sbattuto sul tavolino, ha voluto parlare e portarmi a casa sua. Ha messo la mano lì e ora mi bacia. E’ lei che insiste. E non posso fermarmi, adesso.

-         Il letto è di qua

Mi prende per mano, andiamo in una camera ancora più buia. Sposta il copriletto che sa di polvere: sono sicuro che dovrò lavarmi molto bene. Non sopporto la sporcizia, mi si attacca al corpo e non se ne va più. Mi sdraio accanto a lei e la spoglio: sembra contenta mentre lo faccio. Sembrano tutte contente. Sempre.

-         Bravo

Sospira. Le mie mani le piacciono.

-         Continua

Non posso continuare. E’ tutto il corpo a prudere adesso. Sarà la sporcizia di questo posto, sarà lei che mi disgusta sarà che mi sono svegliato presto, devo finire. Finire subito. Per andare via.

Apre le gambe e mi accoglie. Sembra avere capito come andrà a finire. Sospira ancora e ancora mentre lo faccio.

Poi.

Sono le mani, come le altre volte. Non le posso comandare. Si avvicinano al suo collo e lo sfiorano. Lo afferrano come per caso.

E stringono. Stringono. Stringono ancora.

Diventa blu: i suoi occhi mi fissano stupiti, li vedo attraverso la nebbia della stanza. Mi guardano tutte così quando le mie mani stringono forte: forse si chiedono perché. Eppure dovrebbero saperlo: si offrono al primo che arriva, lo trattano senza dolcezza poi chiedono perché. E’ un nonsenso.

Stringo.

Non respira più. Devo chiuderle gli occhi. E lavarmi, subito. Per andare via.

Non voglio pensare al suo viso bovino e al libro che ha sbattuto sul tavolino, agli occhiali da sole dozzinali e a questa casa buia con la puzza di chiuso.

Spero abbia tanto sapone in bagno. C’è molta polvere qui.

postato da: caffestorico alle ore 16:19 | link | commenti (7)
categorie: attualitĂ , il cassetto di maria giovanna lu
venerdì, 03 agosto 2007

Riprende dopo il cambio di piattaforma anche la rubrica "Il cassetto di Maria Giovanna" curato dalla scrittrice Maria Giovanna Luini. Un racconto tutto da assaporare e leggerlo seduti sul divano in silenzio dopo averne stampato una copia, come ho fatto io.

Francesco Giubilei

RAGNATELE
di MariaGiovanna Luini

http://mariagiovannaluini.splinder.com

Ragnatele. Le vide sull’angolo del balcone, appena dietro la zanzariera: erano fili lunghi e grigi come stelle filanti, ballavano al vento con qualche insetto che penzolava muto. Morto da chissà quanto.
- Accidenti!
Pensò senza muoversi dalla sedia di legno piazzata sul balcone in una pausa dei lavori di casa. Non ce l’avrebbe fatta a pulire in tempo, Andrea sarebbe ritornato da lì a un’ora e avrebbe trovato ancora polvere e ragnatele.
Ricordò l’ultimo incontro nel parlatorio: sembrava felice, mancavano pochi giorni al termine della pena e forse credeva che il mondo sarebbe tornato nelle sue mani. Come sempre era stato: aveva vissuto anni di certezza, di limpida incoscienza convinto che ogni cosa fosse stata creata per compiacerlo, per servire ai suoi piani complessi e ambiziosi, per trastullare il suo ego enorme senza l’ombra di una delusione. Per questo, forse, era caduto, oppure era stata solo la fortuna che – come diceva lui – si era voltata un attimo dall’altra parte e l’aveva abbandonato nel momento meno adatto. Quando aveva deciso di rubare tutti quei soldi con un gesto di pirateria informatica degno di un film. E, per quello che sapeva Clara, il colpo avrebbe anche potuto funzionare: lei non capiva niente di hacker e computer, non sapeva che cosa fosse un conto online quindi accettava a priori l’entusiasmo di Andrea, fidandosi di lui. Peccato che la fortuna (appunto) se ne fosse andata poco dopo il trasferimento dei fondi da qualche conto estero al magro (fino a quel momento) conto di Andrea. Clara non sapeva che cosa fosse andato storto: Andrea aveva provato a spiegarglielo prima di essere arrestato, e anche l’avvocato non aveva risparmiato i termini e le parole, ma non c’era proprio niente da fare. Lei non voleva sapere. Non la riguardava: anche se quel colpo andato male le aveva tolto il marito per anni, anche se si era ridotta a pulire le scale dello stabile e a sorvegliare i bambini dei vicini per arrotondare il lo stipendio scarso dello studio notarile, le cose che riguardavano Andrea e la sua pirateria informatica (così l’avevano chiamata in tanti) non le entravano in testa.
Sospirò. Avrebbe proprio dovuto togliere quelle ragnatele: dopo anni di solitudine non poteva accogliere suo marito in una casa sporca. Forse lui avrebbe voluto sedersi sul balcone, a guardare le piante alte e verdi muoversi nelle prime ombre della sera e ad ascoltare i bambini nel piccolo parco giochi. Oppure avrebbe voluto mangiare, o bere. Chissà. Si chiese che cosa avrebbe fatto se lui avesse chiesto di fare l’amore: la voglia aveva avuto mesi e anni per esplodere, per arrabbiarsi di frustrazione e noia, per correre via dimenticata o rimossa. Non sapeva neanche più come fare a toccare un uomo, ad accogliere le sue carezze e il corpo dentro il suo. All’inizio aveva rifiutato l’idea che Andrea se ne fosse andato: non aveva voluto pensarci, come se potesse esistere un’illusione granitica e consolatoria da portare avanti per tutta la condanna senza guardare la verità. Poi aveva capito di essere da sola, sul serio, e aveva reagito alle avances degli uomini che ogni tanto ci provavano con stizza o disinteresse: le sue mani bastavano per scaricare quel po’ di passione che non poteva più avere da Andrea, non voleva un altro uomo nel letto e altre mani a tastarla penetrarla perforare la sua anima. Però. Andrea stava ritornando, e forse nei lunghi anni di prigione non era stato capace di resistere: la masturbazione, che a lei era sempre sembrava l’ovvia via di fuga per entrambi, forse a lui non era bastata. Se ne dicevano tante sui carcerati, si pensava che le condanne lunghe portassero a perdere l’identità e obbligassero i più deboli a diventare omosessuali. O bisessuali, se si voleva mantenere un po’ di equilibrio nel giudizio. Se Andrea fosse ritornato a casa senza chiederle il suo corpo forse lei avrebbe dovuto capire che non la desiderava più, non aveva voglia di fare l’amore con una donna perché aveva cambiato sogni. Aveva cambiato amori.
- Basta!
Lo disse ad alta voce pur essendo sola. La irritava indugiare su pensieri sciocchi e dolorosi: aveva avuto anni per tormentarsi di nostalgia e dubbi, e gli incontri in carcere non l’avevano aiutata a capire. Erano stati scarsi e frettolosi, senza poesia o soddisfazione. Anche per lui, ne era sicura.
- Come farai se scoprirai di non avere più niente in comune con lui?
La domanda le era stata ripetuta decine di volte da amiche, parenti e colleghe di lavoro. Tutte sapevano del ritorno di Andrea (non aveva mai nascosto di avere un marito carcerato: non si vergognava di lui, era solo stato sfortunato) ed erano curiose. Probabilmente immaginavano che lui entrasse in casa e le si buttasse addosso per soddisfare istinti smozzicati nelle stanze strette e sporche della prigione, oppure che si sedessero uno davanti all’altra senza riconoscersi. Lei non voleva rispondere a domande come quelle: le sembravano invasioni nella sua intimità, e non aveva molto da dire. Perché neanche lei sapeva. Non sapeva che cosa avrebbe fatto o provato, non sapeva che cosa sarebbe successo con quel marito-non marito assente per anni e ora magicamente destinato a riapparire. Dopo una solitudine forzata in bolge che puzzavano di sudore.
- Lavorava in biblioteca, forse ritornerà più colto e intelligente di me
Sapeva che quel pensiero era sciocco, ma non poteva toglierselo dalla testa. Andrea aveva trovato una sistemazione che gli andava abbastanza bene in biblioteca, e le scriveva e parlava di libri che leggeva anche a due a due. Lei no, lei non aveva mai aperto un libro neanche a scuola: era arrivata al diploma grazie alle bugie e alla sua intraprendenza. Voti appena sufficienti e un calcio nel sedere. Certo non poteva parlare di letture e libri con Andrea, non aveva avuto voglia di seguirlo nei suoi suggerimenti: “Visto che la sera sei sola perché non leggi questo? E se vai da tua sorella in Liguria porta un altro libro”. Aveva annuito qualche volta, ma senza convinzione, e appena uscita dal carcere aveva dimenticato titoli e autori. Quello dei libri non era il suo mondo: era inutile che Andrea tentasse di entusiasmarla. Certo, le loro differenze sarebbero apparse ancora più evidenti: non era più solo la diversa concezione dell’informatica, che riempiva Andrea di passione e lei di sbadigli, ma anche il tempo dedicato alla lettura.
- Insomma, se non andremo più d’accordo divorzieremo
Lo disse, ma sentì un dolore al centro del petto. Aveva aspettato suo marito per tutti quegli anni, aveva rifiutato sesso e nuovi amori e anche i figli. Aveva bloccato i respiri in attesa che lui ritornasse a casa, e adesso non aveva voglia di guardare il suo matrimonio crollare come un rudere abbattuto da una ruspa tra gli OOHHHH della gente.
Si alzò. La cucina era pulita, e due pentole borbottavano piano. L’odore di spezzatino e pomodoro riempiva l’aria.
- Almeno questo ce l’ho, almeno sapere cucinare
Si consolò assaggiando il sugo. Andrea certo non aveva mangiato bene in carcere: lo ripeteva spesso nei loro colloqui. Era stufo di quel cibo, e anche i regali che riusciva a portargli non erano che vaghi accenni a una vita passata che lui non poteva afferrare. Quella sera si sarebbe seduto a tavola con un tovagliolo pulito sulle gambe, avrebbe atteso che lei lo servisse con dolcezza e attenzione, avrebbe gustato la cena con qualche  bicchiere del vino migliore: non aveva badato a spese, aveva comprato due bottiglie di rosso facendosi consigliare dal notaio dove lavorava, e le aveva sistemate nell’angolo dello sgabuzzino dove le sembrava ci fosse la temperatura migliore. Andrea sarebbe stato contento di quella cena, e forse il suo ritorno a casa sarebbe stato meno complicato di quanto lei temesse proprio grazie all’ottimo cibo e al vino prezioso.
Afferrò un piumino e si diresse al balcone: avrebbe tolto le ragnatele in tempo, l’avrebbe fatto per amore di Andrea e lui sarebbe stato felice. Si fermò un istante quando notò la lettera di Carlo, un vecchio amico di suo marito che gli offriva un lavoro nel giro di una settimana: si trattava di un interesse reciproco perché Carlo aveva bisogno della mente geniale di Andrea per i suoi sistemi informatici, e Andrea (che probabilmente non avrebbe avuto una scelta eccessiva all’uscita dal carcere) aveva bisogno di un lavoro. Un reddito per ricominciare davvero. Eppure. Il computer che aspettava suo marito le faceva paura: Andrea era finito in prigione proprio per quel suo talento, per il dialogo con la tastiera più semplice di quello con gli uomini, almeno per lui. Non era sicura di volere che di nuovo si lasciasse tentare dalla pirateria, dal guadagno facile in rete. Non voleva il carcere e la solitudine e gli sguardi della gente. Non voleva il letto vuoto notte dopo notte. Non voleva una vedovanza irreale e il corpo bloccato da ragnatele sul balcone.
- Non devo pensare
Ripeté, come aveva fatto molte volte in quegli anni. Niente pensieri niente angoscia: era un’equazione nella quale riponeva la poca speranza sdrucita che restava.
Non. Pensare.
Strofinò a lungo la zanzariera. Le ragnatele si attaccarono alla mano. Le guardò schifata.
- Ragnatele…
Mormorò, e guardò in basso: la strada e gli alberi e i bambini scomparvero ai suoi occhi vuoti. In fondo non era importante che pulisse quello schifo di balcone, che cucinasse carne e pomodoro per un uomo che ritornava. Non contava neanche che lui la desiderasse e cercasse un sesso frenetico e dimenticato. Perché era il tempo a decidere. Il tempo e due ragnatele attaccate alla mano, con gli insetti morti a farle da bracciale e la polvere a macchiare la pelle.
Ragnatele. Niente di più.

postato da: caffestorico alle ore 10:20 | link | commenti (6)
categorie: il cassetto di maria giovanna lu