CAFFE' STORICO LETTERARIO

Un luogo di incontro virtuale dove poter discutere di cultura sorseggiando un te' seduti in un antico caffè parigino.
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Nome: Francesco Giubilei curatore del blog Caffe storico letterario, è un ragazzo di Cesena dove frequenta il liceo scientifico. Ama scrivere e leggere. E' l'ideatore e il direttore dell'e-magazine Historica ( www.historicaweb.com ). E' autore di "Giovinezza partitura per mandolino e canto" con la Società editrice Il Ponte Vecchio. Ha vinto il premio letterario internazionale Titano 2007, sezione giovanissimi. BLOG PERSONALE: francescogiubilei.splinder.com E-MAIL: caffestoricoblog@libero.it

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domenica, 09 marzo 2008

 UMBERTO PIERSANTI L’ULTIMO CANTORE DI UN MONDO CHE SCOMPARE



Ci si cresce con il mito dentro ed Umberto Piersanti, il poeta marchigiano vivente più famoso, nato ad Urbino nel 1941 ove risiede tutt’ora ed insegna sociologia della letteratura, ha avuto una folgorazione per i fondali naturali che presiedono alla sua poesia. Cantore di un mondo ormai in parte perduto, quello agricolo e pastorale delle Cesane, una catena collinare che fa da cornice naturale alla città ducale di Urbino, uno spazio panico e antropologico pregno di misteri e riti antichi senza tempo, che egli ama come fosse il corpo di una donna. Un ambiente in cui è cresciuto, si è formato, ha percepito il mondo, e al quale risulta legato da quello stesso senso della terra che già fu di Cesare Pavese. Ma a differenza di questi la cadenza dei suoi versi non contiene le noti struggenti del rimpianto dolente, bensì la vocazione alla fedeltà ad un grembo fertile che costituisce il nucleo generatore delle liriche più importanti e che sono raccolte ne “I luoghi persi” (Einaudi 1994) e “Nel tempo che precede” (Einaudi 2004), i libri che lo hanno imposto all’attenzione della critica.

Una poesia che nasce dall’immagine, dall’evocazione nostalgica di uno scenario rupestre dal quale trae linfa vitale, un crogiuolo di sensi, di situazioni e di pensieri che irrompono sulle pagine con impeto naturale. La abita una natura atavica, colma di profumi e sapori intensi, di elementi cromatici accesi, che pur sfumando in un altrove mitico, mantengono una dimensione di ruvida fisicità.

Striato da case in rovina il profilo desolato, aspro ed impenetrabile delle Cesane ha nella figura archetipa del pastore una costante presenza armonica al centro di immagini e leggende che l’autore trasfigura attraverso un linguaggio poetico denso, suscitando lo stesso potere evocativo di alcune tele di Luigi Bartolini e di Walter Piacesi, artisti altrettanto affini a quel territorio. Mediante una vibrazione di timbro leopardiano e l’accurata ossessione pascoliana con cui reperta nomi di ogni specie animale e vegetale, Piersanti trasforma la mite barbarie di queste terre in un paesaggio letterario, che diviene l’elemento connettivo di tutta la sua produzione lirica. Attraverso un linguaggio che riproduce una sequenza di elementi, che la memoria rende magica e non astratta, disseppellisce dalle rovine prodotte dagli effetti immemori della tempesta quotidiana questo estremo lembo di civiltà, da cui emana un profumo di umanità diversa, più autentica. Si tratta di un’epopea sospesa tra le miti screziature di uno scenario atemporale ove il sentimento estetico del poeta si distende sistematicamente in felici sequenze di endecasillabi comuni, rivelando un trepidante bisogno di lirica. La cadenza dei versi contiene il gusto del racconto orale, che ora si comprime in maniera essenziale ed ora si dilata in un ritmo atonico, conferendogli il ruolo d’indiscusso cantore di un microcosmo a cui non concede il comodo ripiegamento nostalgico di un pensatore votato ad una dimensione tragica della modernità. Ma piuttosto una fedele ed ostinata devozione ad una rivisitazione in chiave lirica ed enfatica di un humus così pregno di storia e di natura da costituire ipso facto un estremo baluardo verso una deriva densa di inquietudini.

A tratti il respiro dei versi sembri emanazione suggestiva del retaggio arcadico più classico, ma la sua poetica ben lungi dal contenere il trepido abbandono alla facile suggestione di un’utopia edenica, reca al contrario una densità vivamente concreta. La particolarità del tono e delle immagini evocate rendono la sua cifra per certi versi assimilabile a quello stesso legame primordiale che in Pasolini assumeva tuttavia la dolorosa forma del rimpianto.

Mentre in Pasolini la forza evocativa nasce dalla condizione d’inguaribile lacerazione, su cui intende stendere il rassicurante balsamo dell’oblio sottraendosi all’amalgama omologante del sociale; nel poeta delle Cesane da una sensualità compulsiva ed inquieta, con cui restituisce il poeta al ruolo più consono di individuo in lotta contro gli infausti presagi del destino. Non a caso egli ha sia in Leopardi che nel Pascoli i suoi numi tutelari.

Dopo la stagione dell’ubriacatura neoavanguardistica Umberto Piersanti s’inserisce, con rinnovata attenzione al ritmo e al metro, nel solco di un’ontologia poetica di tipo più tradizionale, in virtù del quale la decisività del fattore musicale nel costituirsi della poesia, schiude un varco salvifico e non solo consolatorio verso la sacralità. Una concezione d’imprescindibile individualità che si misura con l’ambiente circostante, in un’evocazione straniata di luoghi e vicende personali, che recano la traccia di un rapporto che il poeta intrattiene col passato collettivo, dando vita a componimenti di intensa forza comunicativa, anche quando il potere armonico e suggestivo del suono si asciuga in un verso lungo e prosastico.



Gian Paolo Grattarola


Umberto Piersanti

I Luoghi persi (Einaudi 1994)

Nel tempo che precede (Einaudi 2002)

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L’OLIMPO DI PIERSANTI COME TRASFIGURAZIONE MITICA DELLA RICERCA.



Di solito un finale o è scontato o è a sorpresa. Difficile immaginare, in un romanzo, qualche cosa di diverso da queste due opzioni ed ancor più un finale che risulti ad un tempo scontato e a sorpresa. Sembra una contraddizione in termini eppure l’ultimo romanzo di Umberto Piersanti “Olimpo” sfata questa beata certezza. Il suo finale è scontato perché l’ossatura del libro è venata fin dal principio dalla larga faglia dell’incomunicabilità generazionale. Ma sorprende perché malgrado la sua ineluttabilità ci dice ancora qualcosa che, nel corso di tutto il libro, non eravamo stati capaci di comprendere da soli.

“Olimpo” è la storia di un rapporto sentimentale difficoltoso, una relazione complicata tra un intellettuale ultracinquantenne sentimentale e trasognato a nome Luca ed Elisa, una ragazza giovane e bella, rinchiusa nello schematismo angusto delle certezze assolute ed aprioristiche. E’ lo scontro tra due modi diversi di rapportarsi alla vita, sia nelle convinzioni politiche che nell’approccio sentimentale, due mentalità che non riescono ad incontrarsi, poiché non è possibile superare l’incomunicabilità in cui precipitano perfino coloro che credono di poter comunicare con il linguaggio del corpo.

Tutto il romanzo si dipana nell’assoluta e perfetta identità del narratore con la figura di Luca,

un uomo che, consapevole di non poter racchiudere il segreto della vita e quindi di poterlo esprimere compiutamente, annoda i temi dell’amore e della ricerca alle suggestioni classiche e ai valori della mitologia pagana, condensandoli nelle sequenze distese di una lunga narrazione. Ogni parola, ogni scampolo di epica fierezza, l’accumulo ossessivo di dettagli naturalistici, tutto è filtrato dalla voce di Luca. Questi e lo scrittore hanno lo stesso punto di vista, il romanzo è costruito in terza persona ma in realtà è come se Umberto Piersanti cerchi una nuova dimensione comunicativa in uno spazio lontano, che le sue riconosciute doti di narratore orale rende magico e non astratto.

La misura mitica e simbolica è qui più forte che altrove e l’evocazione del monte Olimpo è una sublime metafora, una trasfigurazione poetica che contribuisce all’enfatizzazione dei contorni di un paesaggio rupestre consueto dove non possono mancare carpini, boschi di quercelle e le sagome imponenti del Catria e del Nerone.

La narrazione viene risucchiata nel pieno dei sentimenti e delle emozioni, nella densità affettiva delle storie in cui egli prosciuga tutta la sua trepidante ansia di affabulatore. Non si procede, non si va avanti ma si abita un medesimo tempo che varia impercettibilmente e si ritorna senza fine negli stessi luoghi in cui i suoi personaggi si fondono da sempre in epifanie arcaiche.

Che cosa accomuna questo nuovo libro alle raccolte di poesia e ai suoi romanzi precedenti ? Si sarebbe indotti a pensare che il filo rosso sia l’intrecciarsi dei temi della natura e dell’archetipo femminile, un’osmosi di attrazione sensuale e sublimata ad un tempo nei confronti di due universi che ancora rendono possibile descrivere la vita attraverso la pienezza del desiderio.

Poi però scorrendo le pagine ci si avvede che a dominare anche questo libro è la necessità di reagire al deterioramento che regge l’esistenza nelle sue molteplici forme. Il bisogno di erigere un argine al disincantato andare alla deriva dell’uomo, mettendo a nudo, nella distonia tra io e mondo, la necessità del dubbio e la nostalgia del senso. Ma anche la difficoltà di accettare ciò che non conosciamo e che dunque temiamo. No, gli dei sono sogni e immagini degli umani, un modo per dirci che c’è qualcosa oltre quello che vediamo con gli occhi e ascoltiamo con gli orecchi. L’impossibilità, perché no, di ridurre alla conoscenza ciò che alla fine non può essere svelato.


Gian Paolo Grattarola


Umberto Piersanti

OLIMPO

Avagliano Editore 2006

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BIOGRAFIA


Umberto Piersanti è nato nel 1941 ad Urbino, dove risiede attualmente e dove insegna all’università. Dirige la rivista Pelagos ed è autore dei libri di poesia La Breve Stagione (1947, Il tempo differente (1974), L’urlo della mente (1977), Nascere nel ’40 (1981), Passaggio di sequenza (1986), I luoghi persi (1994), Nel tempo che precede (2002) di romanzi L’uomo delle Cesane (1994), L’estate dell’altro millennio (2001), Olimpo (2006).

Cantore di un mondo rurale ormai perduto che evoca mediante il linguaggio dell’oralità contadina venata di suggestioni della tradizione classica italiana.

postato da: caffestorico alle ore 17:33 | link | commenti (2)
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giovedì, 21 febbraio 2008

PICCOLO MANUALE SULL'ODIO


immagine libroGrazie ad un accordo con la libreria Indipendente-mente Interno 4 di Rimini (http://www.indipendente-mente.it) e al libraio Andrea Dalla Corte (che ringrazio) pubblicheremo su Caffè Storico alcune recensioni. Iniziamo oggi proprio dal libro di Andrea Dalla Corte, edito dall'ottima Edizioni Creativa (http://www.edizionicreativa.it)


 

Primo, è un ragazzo che mal si associa al significato del suo nome che, ironicamente, non corrisponde ad un piazzamento simile nella vita e anzi lo pone in una condizione di emarginato perdente.
Nella soffitta di casa, comodamente seduto in una poltrona, ritorna a convivere con il tempo e ricordi raccontando la sua storia. Immerso nel cercare la spiegazione di un sogno ricorrente ed identico a tema disnelyano, dove qui, quo, qua vengono arrostiti nel suo forno di casa. Al risveglio viene sempre tormentato dalla stessa domanda: “che cazzo di fine ha fatto paperino?”.
Si sente in feeling con lui e con tutte le altre persone in cui riconosce la sua stessa condizione di mezzesega. Persone abituate a fallire e prigioniere delle gabbie di Mondo, dove tutti sotto il suo sguardo divertito, si aggirano frenetici ed illusi.
La vita di Primo cambia radicalmente quando le sue mani entrano in contatto con un cofanetto bianco nascosto in soffitta. Intuisce subito che niente sarà come prima. All’interno trova un piccolo libro con delle scritte rosse intitolato: “piccolo manuale sull’odio”.
Avido della curiosità viene rapito dalla lettura scoprendo di trovarvi scritto la storia della sua vita. Come se chi avesse scritto il libro, lo conosca alla perfezione e cerchi di aiutarlo obbligandolo ad una nuova visuale sulla vita. Ben presto il libro diventa un amico fidato, l’unico che riesce a capirlo, impartendogli messaggi subliminali.
Una nuova consapevolezza s’insinua in lui donandogli nuova linfa vitale, necessaria a ribellarsi dalle sue prigioni mentali fatte di sbarre d’insicurezza. Anche se ancora come nel sogno non riesce a vedere Paperino, è sicuro che sia fiero di lui e che lo stia guardando da un angolo della stanza, con ancora tra il becco, gli ossi dei suoi parenti arrostiti.
Un romanzo timidamente violento che si muove sul filo della pazzia, capovolgendo quello che è giusto con quello che non lo è, per creare una nuova via di fuga lontana e libera dalle costrizioni egoistiche della vita.


Recensione a cura di Andrea Renaldi

Titolo: Piccolo manuale sull'odio
Autore: Andrea Dalla Corte
Editore: Edizioni Creativa
Collana: Esperimenti Letterari
Isbn: 978-88-89841-11-2
Genere: Narrativa italiana
Pagine: 118
Anno: 2007

 

postato da: caffestorico alle ore 17:07 | link | commenti (2)
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venerdì, 15 febbraio 2008

LA VOCE D'UN LIBRO

libro1Il trimestrale di arte e letteratura Ore Piccole fondato a inizio 2006 da Gabriele Dadati e Stefano Fugazza:

"si occupa di letteratura e arte italiane, in particolare dal secondo Novecento a oggi, ma che non preclude aperture fuori dal nostro Paese e fuori da questo arco di tempo: ci può essere davvero il dialogo con quello che è altro, l’ingresso improvviso di idee che irrompono da territori inesplorati, insomma finestre che si spalancano ed entrano anche un’aria e una luce diverse. "

Oltre a pubblicare la rivista i due scrittori mandano in stampa dei libriccini in una collana chiamata "parole piccole".

Il primo di questi si intitola "La voce di un libro", è firmato da Edmondo De Amicis, celebre autore di "Cuore" nonchè di altre numerose pubblicazioni, costa 4 euro ed è lungo 43 pagine.

Curato nei minimi dettagli e arricchito da otto illustrazioni dell'artista Leonardo Cemak "La voce di un libro" è stato ristampato a cent'anni di distanza dalla prima pubblicazione su una rivista.

Il libro, che si legge in pochi minuti, è la narrazione della storia di un libro. De Amicis improvvisamente allucinato dalla copertina di una copia sfatta della prima edizione de "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" del 1802 (siamo nel 1904) immagina che il libro prenda vita e gli narri le sue peripezie.

L'idea di fondo semplice e apparentemente scontata viene "irrobustita" dalla prosa di De Amicis, che rende la lettura piacevole ma nello stesso tempo offre lo stimolo per alcune domande che sorgono spontanee nelle menti del lettore.

"È una passeggiata letteraria, malinconica e tuttavia divertente, non estranea ad omaggi bibliofili alle tecniche di archiviazione" come scrive Franchi suLankelot.

Il libro si apre con queste frasi semplici ma al contempo struggenti:

<"Le lacrime, la voce delle cose" si dice. C'è cosa inanimata, fuor che l'effigie dei nostri simili, che ci possa dare tale illusione meglio di un libro? meglio di questa cosa inerte e muta, ma piena di pensiero, che parla silenziosamente a ogni essere umano che la interroghi, e lo tiene intento per tanto tempo quanto non potrebbe fare la parola d'alcuna persona vivente?>

La storia di questo libro ma di tutti i libri si potrebbe sintetizzare con questa splendida frase:

"Non c'è cosa al mondo più onorata e più maltrattata di un libro"

postato da: caffestorico alle ore 19:50 | link | commenti (3)
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martedì, 27 novembre 2007

Daniela Catelli

Ciack si trema

Guida al cinema horror

Costa & Nolan – Euro 16,40 – pag. 230

http://www.costaenolan.it/

 

                              

Pochi testi sono indispensabili come questo per chi ama il cinema horror e bene ha fatto l’autrice ad aggiornare la prima edizione uscita nel 1996 per Theoria e a cercare un nuovo editore per renderla fruibile. Daniela Catelli si occupa di cinema da sempre, scrive per Segnocinema e Duel, lavora a Coming Soon Television, pubblica saggi come Friedkin. Il brivido dell’ambiguità (Transeuropa, 1997), L’Esorcista 25 anni dopo (Puntozero, 1999) e L’Esorcista, il cinema, il mito (Falsopiano, 2003 – con Danilo Arona), collabora al Dizionario mondiale dei registi (Einaudi) e a Il cinema di Mel Gibson (Il Foglio, 2003).

   Ciack si trema è un vero testo di critica del cinema horror, per niente fanzinaro, tecnico ma non incomprensibile, preciso e puntuale ma non eccessivo, deciso nei giudizi e molto equilibrato. Finalmente si fa critica, verrebbe da dire. Sì, perché da un po’ di tempo a questa parte riviste e libri di cinema sembrano cataloghi di capolavori irrinunciabili. Tempo fa mi è capitato di leggere uno special dedicato a Bruno Mattei dove l’estensore del pezzo trattava un simpatico mestierante alla stregua di un Fellini incompreso. A tutto c’è un limite. Daniela Catelli non vuol fare una storia del cinema horror in duecento pagine, cerca soltanto di fissare alcuni punti fermi, partendo da un orrore antico che deriva da una scena di Vampyr per comunicare il piacere della paura. L’horror è il genere cinematografico per eccellenza, amato dai giovani che non possono fare a meno di una sana dose di terrore. Il cinema esorcizza questo bisogno che viene da lontano, sin dalle fiabe narrate dalla madre che racconta la trasformazione della strega di Biancaneve e le terribili storie dei fratelli Grimm. L’horror non genera mostri, nonostante quello che dicono i benpensanti, ma puro divertimento fatto di incubi surreali. Il sonno della ragione genera mostri, ma questa cosa l’ha già detta qualcuno. Non ci ripetiamo. Daniela Catelli prende per mano il lettore e lo accompagna alla scoperta delle vecchie pellicole, illustra il ruolo dei bambini nelle pellicole horror, parla di Roger Corman, dei demoni, delle donne, degli effetti speciali, della famiglia, dei freaks, del gore, della Hammer, del cinema italiano e giapponese, dei lupi mannari, dei mutanti, dei natural born killer, dell’orrore biologico, delle paure, dello splatter, del fantahorror, della Universal, dei vampiri e degli zombi. Ogni capitolo cita registi e film con dovizia di particolari, estrema precisione e grande capacità di sintesi. Visto che sono appassionato di cinema italiano sono andato a verificare come la Catelli tratta la materia e mi ha entusiasmato la disamina del ruolo della donna nel cinema di Dario Argento. Il nostro regista horror più amato è stato spesso tacciato di misoginia perché i suoi assassini sono quasi sempre donne problematiche che uccidono mosse da rancori verso il mondo maschile, traumi infantili, poteri luciferini e segreti inconfessabili. Un altro capitolo ben fatto si intitola Italian Blood  e in sole undici pagine realizza una sintetica e obiettiva storia del cinema horror italiano. Niente a che vedere con le panzane che scrive Antonello Sarno sulle pagine di un abominevole testo targato Newton & Compton che per non fare pubblicità neppure cito. Daniela Catelli parte dall’esempio letterario di Buzzati e Landolfi, racconta Riccardo Freda e il primo horror italiano (I vampiri, 1957), prosegue con Mario Bava (La maschera del demonio, 1960), Giorgio Ferroni (La notte dei diavoli, 1972), Renato Polselli, Antonio Margheriti (Danza macabra, 1963 e il remake a colori del 1971), arriva a Dario Argento, Pupi Avati, Lucio Fulci, Lamberto Bava, Michele Soavi e le ultime promesse dell’orrore nostrano. Faccio soltanto un appunto. Dimentica Roger Fratter (Il male nella carne, 2002) e Ivan Zuccon (Nimpha, 2007), a mio parere due giovani promesse che potrebbero dare molto all’horror italiano. A parte questo, Ciack si trema è un gran bel libro che fa venire voglia di scaricare tutto il possibile da internet e di guardare film horror fino allo sfinimento. Mica è poco…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

http://www.historicaweb.com/index.asp?articoli/20_racconti--articoli-culturali-ed-interviste

postato da: caffestorico alle ore 14:15 | link | commenti
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venerdì, 28 settembre 2007

PAGANO DI GIANFRANCO FRANCHI

Chi è un intellettuale?
Giulio Ferroni nella sua “Storia e testi della letteratura italiana” tenta di dare una risposta a questo quesito.

Coloro che si occupano professionalmente e ad alto livello delle forme della cultura”.

Questa definizione calza a pennello a Gianfranco Franchi, giovane autore triestino (ma figlio adottivo della capitale), fondatore del portale Lankelot.eu , autore di alcuni libri di poesia e di Disorder , raccolta di racconti pubblicata da Il foglio Letterario nel 2006.

Laureato in lettere moderne, uomo di grande cultura ha pubblicato il suo secondo libro di recente sempre con Il foglio.

Sto parlando di Pagano, libro di difficile da catalogare a metà tra saggio, antiromanzo esistenziale (come l’ha definito Gordiano Lupi nella prefazione) e pamphlet.

Il libro, una sorta di manuale ad uso e consumo dell’intellettuale del XI secolo, racconta di una storia vera, vissuta dall’autore in prima persona, quotidianamente, giorno per giorno.

Le vicissitudini per aprire una casa editrice, per trovare un posto fisso, i pensieri politici, insomma un lucido ritratto della vita di un intellettuale nella capitale romana.

Non scrivo niente di comodo. Scrivo la mia verità. Testimonianza impopolare” afferma l’autore a pagina 58.

E in effetti Pagano è un libro scomodo, politicamente scorretto (come il suo autore) che racchiude però una grande verità che molti (benché la pensino) hanno paura di affermare, ovvero che al giorno d’oggi “litterae non dant panem”.

Diventare un uomo di lettere è un ruolo che tutt’oggi affascina, che piace ma chi deciderà di intraprendere questa strada dovrà necessariamente essere conscio che sarà un cammino difficile spesso privo di soddisfazioni e ricco di delusioni (come d'altronde è sempre stato).

Franchi ci spiega questo in Pagano, scrivendo quello che pensa, senza troppi giri di parole e senza paura di niente e di nessuno.

Pagano sarebbe una grande citazione, ogni frase andrebbe analizzata, studiata e riletta come ha suggerito la Mazzucato nella postfazione.

Pagano, in sintesi, è il dramma dell’intellettuale, dell’uomo di cultura che stenta ad arrivare alla fine del mese.

postato da: caffestorico alle ore 15:50 | link | commenti (9)
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lunedì, 10 settembre 2007

 

UNA TERRIBILE EREDITA’

 

Libro inedito di Gordiano Lupi

 

recensione di Patrizia Garofalo

 

 

“Un libro per analessi”

 

Inutile sarebbe indagare la logica di qualsiasi guerra se non rintracciarla nella follia di chi stabilisce le sorti di altri che partono senza un perché e che niente sanno se non che debbono salvare la pelle a qualsiasi costo; ma alla guerra non c’è fine, devasta la normalità, le emozioni e i sentimenti, sventra ogni tentativo di ricostruirsi con fantasmi che inutilmente si vomitano, si appropria per sempre del corpo, è un attraversamento di dolore che annienta la vita.

Il libro di gordiano lupi si “ sgrana” pagina per pagina sia in immagini dure e distaccate, oserei parlare di terza dimensione, sia in aperture a grand’angolo il cui alternarsi costituisce l’originalità dell’autore.

In ogni parola rimanda al cuore la sofferenza del protagonista nel perdurare dell’orrore, lacerante e senza respiro. L’animo e lo sguardo dello scrittore sono esenti da qualsiasi giudizio o critica; mai omologazione ma identità precise e irrepetibili ,sofferte, “persona” nella sua unicità  è il protagonista accompagnato da uno scrivere riscaldato dalla pietas.

Lo stile, simbiotico al contenuto, è controllato da una sapiente paratassi e da una punteggiatura che si sgretola a secondo dei ritmi dell’orrore e del dolore; arrivano al lettore contrazioni allo stomaco e l’icasticità delle immagini fa percepire sempre più fortemente l’avvertimento della catastrofe.” La terra non ce la faceva più a sopportare il peso dei suoi morti e quasi rifiutava di ingoiarli e di dargli sepoltura”

Mi sovviene ungaretti in “ non gridate più “ ma nella guerra di questo testo mancano la fede, il riscatto , la pace.

“dove esiste la fame non esiste la vita”

qualcuno comprenda che non c’è fine all’orrore “

Mi sembra che ciò, voglia dirci questo avvincente libro.

Trovare come unico sfogo, uccidere giovanetti per cibarsi della loro carne altro non è che il risultato di una guerra che segnerà un ritorno nella propria terra con un’eredità raccapricciante.

“ per tutti sono un povero pazzo e posso dire quello che voglio”

La pazzia quindi, come unica libertà anche se si sta marcendo dietro alle sbarre e, in sequenza partono le immagini che accompagnano la storia del protagonista, stringono l’animo e ci fanno partecipi di quel dolore.

Le onde del mare si frangevano sul muro in granito, screpolato e distrutto in più punti….dove si faceva più forte il sapore del mare, i palazzi colorati di rosa e di giallo mostravano alla forza del vento un antico splendore….

……di quella regione ricordo solo un deserto infinito…

le scimmie ci fanno troppa pena………gridano come bambini disperati…. Un pianto stridulo. Terrorizzante. Muoiono per il dolore………….il passato tornava come una scure selvaggia a decapitare i sogni..compresi presto che con quell’incubo avrei dovuto convivere per tutta la vita…………..bevo quel sangue a lungo poi stacco le labbra ho paura che i ragazzi comprendano quello che mi sta accadendo…..io non sono un vigliacco , scappo per amore………….

Dal deserto dell’angola si torna ma non da quello dell’anima.E’ anche questo la guerra; non poter disinnescare una bomba che si ha dentro.

Il figlio dagli occhi come quelli di clara c’è , lasciato, ritrovato.lasciato di nuovo…………… , gli vuole bene, lo va a trovare e rende più accettabile la follia.

L’eredità è lì , in un pacchetto ben legato con le ultime notizie di un articolista del granma “ un pezzo di carne ben salato dal profumo dolciastro”

Lascito di dannazione o reciprocità d’amore ?

 

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 Per gentile concessione dell'autore segue un capitolo inedito del libro ancora in cerca di editore

 

7. Un figlio sconosciuto

 

Pomeriggio di riposo in caserma. Pomeriggio che scorre senza che succeda niente. Meglio la noia e il silenzio di questa caserma che il frastuono dei bombardieri nemici. Tra poco faremo una delle consuete ricognizioni a pattugliare il niente. Namibe è una città ridotta a un ammasso di polvere e di case cadenti, macerie da dove sbucano fuori bambini che giocano alla guerra. Per loro è un modo come un altro per esorcizzare la paura. La guerra non é un gioco, purtroppo. È un fottuto rincorrere giorno dopo giorno la nostra libertà. Pensare a una casa lontana che diventa sempre più lontana. Per me è pure il sorriso di Clara che si allontana. Quando la sogno mi pare sempre più bella, forse come non lo è mai stata. Ci vogliamo bene, io e Clara. In quel solar di Casablanca abbiamo costruito il nostro rifugio d’amore e pensavamo che nessuno ce lo avrebbe mai portato via. La vita ci dava quel che serviva per andare avanti. Io, lei e sua madre eravamo una piccola famiglia unita. Io ero rimasto solo da tanti anni. Mio padre se l’era portato via un tumore allo stomaco quando facevo i primi anni della secondaria. Aveva sofferto tanto, povero papà. La mamma era morta poco tempo dopo. Un infarto, dissero i medici. Per me si era lasciata morire di tristezza dopo che era rimasta senza il suo uomo. Io rimasi solo e ce la feci appena a terminare la secondaria e a prendere il diploma. Mi misi a lavorare in una fabbrica di sigari di Guanabacoa. Dovevo pur mangiare e non c’era nessuno che pensava per me. Avrei voluto iscrivermi all’università e laurearmi in spagnolo, mi sarebbe piaciuto insegnare, lavorare in una scuola, in una biblioteca. Non potevo. Dovevo lavorare per vivere. Nel tempo libero leggevo molto, questa è una cosa che mi è sempre piaciuto fare. Studiavo per passione, se capitava scrivevo qualche racconto, piccole poesie che tenevo soltanto per me. Poi ho conosciuto Clara e ho scoperto l’amore. Allora sapevo a chi scrivere le mie poesie, le ho dedicato tante parole d’amore, le ho pure composto canzoni con la chitarra, dei romantici boleri che adesso mi dà solo tristezza ricordare. Ci siamo sposati e siamo andati a vivere a Casablanca, vicino a quella baia dove c’è il Cristo gigantesco che troneggia a difesa dell’Avana e che pare la protegga dai pericoli e dalle maledizioni. Clara viveva insieme alla madre Esperanza. Il padre era scappato via verso Miami ai tempi del Mariel. Ricordo ancora quanto la mamma lo malediceva quel verme che era scomparso dalla loro vita e che se n’era andato pensando solo a se stesso e non ai problemi che lasciava alle spalle. La nostra piccola famiglia era unita e lo sarebbe sempre stata se non fosse stato per la guerra. Non c’è stato niente da fare. Non hanno voluto sentire ragioni. Dovevo fare il volontario in Angola. Questo era il modo in cui reclutavano i soldati. Tutti volontari perché se dicevi di no ti sbattevano in una sudicia prigione a oriente dell’Avana e dopo chi ti vedeva più. Era peggio della guerra. Non gliene importava niente se mia moglie aspettava un bambino. Per loro bastavano le donne ad allevare i figli e in casa mia ce n’erano addirittura due. Io potevo partire tranquillo per difendere il sogno comunista d’un Angola libera. E allora capita che mi trovo a pensare alla mia vita, a quel che è stato e a quel che avrei voluto che fosse. Capita che non la vedo per niente uguale a come l’avrei voluta, ma credo che succeda a molti. Adesso mi basterebbe un suo sorriso per essere di nuovo felice. Mi vedo insieme a lei mentre mangiamo quella fetida pizza che cucinano nella bettola accanto al Cristo e adesso mi pare di sognare un pranzo leggendario. Spero che ci sia ancora quel locale puzzolente dove vagavano cani scheletriti e puttane a caccia di clienti. Spero che ci sia sempre perché la prima cosa che faccio quando torno a Cuba vado là e mi prendo una bella sbornia di rum e birra di quella buona. Fa di questi scherzi la lontananza, soprattutto se stai facendo una guerra e non sai perché. 

La guerra è il volto di un bambino che non riesco neppure a immaginare. Un bambino che non so neanche se è maschio o femmina. Sono partito che Clara era incinta di pochi mesi e non ho mai ricevuto una sua lettera. Dice che qui non arriva la posta da Cuba. Non ce la fanno a consegnarla. Io scrivo lettere in continuazione ma non so se le leggeranno mai, se gliele faranno avere, Pure questa è la guerra. A Namibe non arriva la posta però il Granma sì. Non arriva la posta ma i discorsi di Fidel ce li fanno sentire ogni giorno. Non ne perdiamo uno.

“Se è un maschio lo chiameremo Raul” dicevo io

“Se è una bambina le metteremo nome Hélene” continuava Clara.

Vorrei che fosse maschio, lo confesso. Così quando sarà più grande lo porterò a vedere le partite di baseball, gli incontri di pugilato, i combattimenti di galli. E gli insegnerò ad apprezzare le cose belle, le poesie di Guillén, i romanzi di Lima, i racconti di Carpentier, la musica di Leucona e dei trovatori. Insomma dovrà fare tutto quel che c’è da fare e dovrà avere le cose che io non sono riuscito ad avere, se ce la farò a scappare via da questa fogna.

Passo notti insonni e cerco di immaginare il suo viso sorridente. Mi convinco che un giorno lo vedrò davvero e che staremo sempre insieme, non ci lasceremo mai. Se questa guerra finirà presto e lui non sarà diventato troppo grande farò in tempo a portarlo a Parque Lenin e a farlo salire sulla ruota volante o sull’asinello che gira intorno al parco. Com’era bello Parque Lenin quando ci andavo con mio padre. Ricordo quando lui al mattino della domenica mi svegliava e diceva: “Oggi si va a Parque Lenin”. Io non stavo nella pelle. Bevevo in fretta il mio latte, mangiavo qualche biscotto e poi via alla fermata della guagua. Era un sogno andare a Parque Lenin. A me piaceva più della spiaggia, più che andare da Coppelia a prendere il gelato. Sono sicuro che piacerà anche a lui. Quel che importa è che riesca a vederlo, che finalmente conosca quel bambino che è mio figlio e che adesso deve avere cinque anni e io non so neppure chi sia.

Una voce mi distoglie dai pensieri.

È il mio amico Augustin.

“A cosa pensi?” mi fa.

“A cosa vuoi che pensi… a quel che pensiamo tutti…”

“Io ogni notte sogno la mia campagna, il maiale che chissà se c’è ancora, se mia moglie ce la fa a tenerlo, ad ammazzarlo, a fare le cose che facevo io. E poi ho sognato i bambini, la scuola, la confusione che facevano intorno. Mi manca tutto questo”.

“Avrei voglia di vedere i galli che combattono, Augustin. Mi prendono dei pensieri così strani, a volte. Non sono mai stato un fanatico dei galli. Non mi piaceva neppure scommettere”.

“Vorresti rivedere casa tua, come tutti noi”.

“Mi manca il sorriso di mia moglie. Vorrei conoscere mio figlio…”

Le nostre parole sono interrotte da una sirena che squarcia il silenzio innaturale della caserma. Il rumore consueto della guerra si fa strada nei nostri pensieri. Un suono lugubre e intenso che fa parte della nostra vita. Il nemico bombarda dal cielo e noi dobbiamo raggiungere il rifugio. Prima possibile.

 

***

 

E proprio il giorno dopo che pensavo a  mio figlio mi hanno raccontato una storia assurda al bar di Namibe, in quella sudicia bettola dove vado a stordire i sensi nella birra nocal e nell’aguardiente. È stato un racconto che mi ha fatto soffrire. Ho lasciato un figlio a casa e devo pure sforzarmi di immaginarlo che sorride perché non l’ho mai visto. La carestia a Namibe ha fatto vittime. Carestia e siccità che porta la gente a lottare per un bicchiere d’acqua e per una manioca rubata in un campo. I cieli sono arrossati dalle bombe, i campi infiammati dalle mine che esplodono sui passi dei poveri cristi, le sere illuminate dalle luci tristi delle pallottole di fuoco. Una povera donna è fuggita via da Namibe. Voleva scappare per chissà dove, come se da qualche parte di questa terra disperata avesse potuto trovare pace. Covava dentro solo un’assurda illusione, ma pure quello serve per sopravvivere se intorno a  noi c’è soltanto disperazione. Quella donna, presa dal panico e dalla voglia di fuga, ha perso il controllo dei propri pensieri. Al posto del neonato ha messo sulle spalle una grossa manioca, l’ha confusa con il bambino che ha lasciato in casa avvolto in un telo bianco. Quando ha raggiunto la foresta insieme alle compagne di fuga voleva vedere come stava il bambino, se aveva bisogno di niente e magari doveva sfamarlo. Si è resa conto del tragico scambio: il bambino non era con lei. La donna è svenuta per il dolore e l’amara sorpresa. Al risveglio ha cominciato a  correre verso casa per riprendere con sé il suo bambino, la carne della sua carne, la sua unica ragione di vita. Le amiche dicevano che era una pazzia, che non poteva sfidare la sorte ancora una volta. La donna non le ha ascoltate e si è diretta di nuovo verso Namibe ma non ha fatto in tempo a entrare in casa. L’ha vista saltare in aria da lontano. Una bomba lanciata da un aereo le ha portato via il suo unico figlio.

E io sono qui che affogo nell’aguardiente i miei pensieri. Sono qui che penso a quel figlio che mi aspetta Casablanca e non conosco neppure il colore dei suoi occhi.

 

 

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Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005), Cuba particular – Sesso all’Avana (Stampa Alternativa, 2007). I suoi lavori più recenti sono: Nero Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Cannibal – il cinema selvaggio di Ruggero Deodato (Profondo Rosso, 2003), Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura (Stampa Alternativa, 2004 - due edizioni in un anno), Orrore, erotismo e pornografia secondo Joe D’Amato (Profondo Rosso, 2004), Tomas Milian, il trucido e lo sbirro (Profondo Rosso, 2004), Serial Killer italiani (Editoriale Olimpia, 2005), Nemici miei (Stampa Alternativa, 2005), Le dive nude - vol. 1 - il cinema di Gloria Guida e di Edwige Fenech (Profondo Rosso, 2006),  Il cittadino si ribella: il cinema di Enzo G. Castellari - in collaborazione con Fabio Zanello - (Profondo Rosso, 2006), Filmare la morte – Il cinema horror e thriller di Lucio Fulci (Il Foglio, 2006) e Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006).  Il suo ultimo libro è il saggio Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006). Di prossima pubblicazione: Dracula e i vampiri (in collaborazione con Maurizio Maggioni - Profondo Rosso, 2007), Il cinema di Luigi Cozzi (Profondo Rosso, data da stabilire) e Il cinema di Sergio Martino (in collaborazione con Fabio Zanello - Profondo Rosso, da stabilire). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

 

Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come Cominciamo bene le storie di Corrado Augias (libro Serial killer italiani), Uno Mattina di Luca Giurato (libro Serial killer italiani), Odeon TV (trasmissione sui Serial killer italiani) e La Commedia all’italiana su Rete Quattro (dove ha parlato di Gloria Guida e di commedia sexy). È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e soprattutto per il saggio su Cuba, intitolato Almeno il pane Fidel, che sta facendo discutere. I suoi libri sono stati oggetto di numerose recensioni e segnalazioni che si possono leggere al sito http://ww.infol.it

 
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lunedì, 03 settembre 2007

ESSER GRANDI E' UNA FIABA

Tutti conosciamo Maria Giovanna Luini come validissima scrittrice di racconti  pubblicati nel suo blog e anche su Historica.

Ma pochi hanno avuto la fortuna di apprezzarla come scrittrice di fiabe anche se basta davvero poco.

Un po’ di voglia, un computer e 11,90 euro.

Se state leggendo questa recensione vuol dire che avete un computer, voglia e penso che per 11,90 euro non sia mai morto nessuno.

Ciò che vi manca è il link dove poter acquistare il suo primo libro Esser grandi è una fiaba, eccolo.

Ora che avete anche questo non siete più scusati, correte a comprarlo!

Esser grandi è una fiaba sottotitolo piccole fiabe per adulti è un volumetto di novanta pagine con all’interno otto fiabe scritte da un adulto per adulti ma secondo me adatte anche ai più giovani.

Si legge in modo veloce, senza troppi giri di parole o espressioni ricercate e difficili da comprendere come d’altronde dovrebbero essere le fiabe.

Maria Giovanna Luini aiuta scoprire il bambino che c’è in ognuno di noi, o meglio in ognuno di voi e certe volte la purezza che hanno i bambini farebbe molto bene a certe persone.

In una di queste fiabe la Luni ci racconta di una persone che dedicava la propria vita a cercare perle finchè un giorno un uomo la seguì nel suo viaggio per il mondo alla ricerca di queste perle.

Lui cercò di farla appassionare ad altre cose come le bellezze della natura, le foreste gli animali  ma lei continuava a voler cercare le perle, testarda, fin che alla fine della fiaba non capisce il suo errore e resta estasiata da una farfalla.

Noi siamo come la cercatrice di perle, ci ostiniamo a voler trovare grandi libri, alta letteratura ma non ci accorgiamo che i libri belli, puri sono altri.

Francesco Giubilei

Proprio quando posto questo articolo leggo sul blog di Maria Giovanna che è uscito il suo secondo libro "Una storia ai delfini" http://www.edizionicreativa.it/book.php?indice=UNA%20STORIA%20AI%20DELFINI

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venerdì, 24 agosto 2007

CHAPEAU

Di Francesco Giubilei

Tanto di cappello, alla francese per segnalare libri che a mio giudizio meritano di essere letti.

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BLACK OUT

Di Gianluca Morozzi

 

Di Morozzi avevo letto l’ultimo libro, l’Abisso, pubblicato per Fernandel, mi era piaciuto lo stile, la padronanza del lessico l’apparente semplicità della storia.

Poi avevo potuto apprezzare l’autore bolognese grazie ad un  articolo pubblicato per Historica.

Ma dopo avere letto Black out devo riconoscere la bravura e la genialità di Morozzi.

Black out mi era stato consigliato da una persona fidata, Alice Suella, una che quando si parla di libri e di un certo tipo di letteratura sa il fatto suo.

Devo ammettere però che inizialmente la storia mi era sembrata alquanto stupida, scontata, un serial killer padrone di un locale bolognese in voga apparentemente un tipo a posto, una ragazza omosessuale e un ragazzo di sedici anni che sta scappando di casa.

I tre casualmente si incontrano il giorno di ferragosto in un palazzo deserto nella periferia bolognese.

Fa un caldo terribile, un ascensore è fuori uso e i tre aspettano l’arrivo dell’altro ascensore.

Mentre salgono improvvisamente l’ascensore si blocca, l’allarme fuori uso, la bottoniera pure, i tre pensano a un black out.

Il tempo passa, inesorabile, le ore trascorrono una dopo l’altra, manca l’aria, l’acqua, soprattutto l’acqua.

Inizialmente cercano di sdrammatizzare, sono sicuri che verranno a liberarli da quell’inferno poi perdono la pazienza, impazziscono.

La storia prosegue piatta, accade quello che tutti si aspettavano fin dalle prime pagine, poi il genio di Morozzi si svela, un colpo di scena inaspettato, per l’appunto geniale.

Un ritratto dell’Italia dei nostri giorni attraverso un romanzo che si può classificare come un noir, un horror e ovviamente anche una storia ricca di suspense.

Consiglio di acquistarlo, soprattutto in questo periodo perché in edizione Tea è scontato e costa cinque euro e novanta invece di sette e ottanta.

http://www.anobii.com/people/historica

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martedì, 14 agosto 2007

 SPICCHI DI BARBARA GOZZI

 

Spicchi (Barbara Gozzi) -[KVP:EBooks]-

Questo è il primo e-book che recensisco e che leggo.

Vi anticipo subito che potete trovarlo qui pubblicato sul sito Kult Underground.

Lo ammetto prima di leggere questo libro ero un po’ scettico, non sulle capacità dell’autrice, di cui ho potuto apprezzare più di una volta le ottime doti, o sul valore della storia, quanto sull’oggetto e-book.

Non riesco a leggere più di dieci pagine di fila sullo schermo, dopo un po’ mi bruciano gli occhi e compaiono strani pallini e la voglia di leggere è pari a zero.

Anche quando si tratta di articoli o racconti non troppo lunghi ma che m’interessano gli stampo e me li leggo con calma assaporando le parole una ad una, concentrato, nel silenzio, godendomi la lettura.

Pensavo inoltre (sbagliando) che la scelta di pubblicare un e-book derivasse dalla mancata pubblicazione da parte degli editori “canonici” e non da una scelta che tiene conto di vari fattori quali l’incompatibilità del libro con il mercato editoriale cartaceo, la non volontà dell’autore di cercare un editore.

A chiarirmi l’idee fu Barbara Gozzi in una telefonata nella quale dichiarò di aver pubblicato il libro online perché la ricerca di un editore disposto a pubblicare il libro non a pagamento sarebbe stata estenuante.

In effetti “Spicchi” è un libro abbastanza leggero.

Scritto sì con una notevole padronanza del linguaggio e con un lessico invidiabile ma di dimensioni ridotte e con una storia senza tante pretese.

Più che un romanzo lo definirei un esercizio di scrittura nel quale l’autrice modenese si diletta nella descrizione di una giornata tipo di quattro persone.

Una impiegata d’ufficio, un piccolo imprenditore, un pittore-casalingo e una ragazza diciannovenne.

Piccole avventure di tutti i giorni, spicchi di vita, routine quotidiana raccontata con semplicità e veridicità.

Se fosse una recensione di un libro cartaceo la concluderei scrivendo: “da comprare, una lettura estiva che porta via poco tempo ma molto ben scritta” dato che si tratta di un e-book concludo invece così: scaricate su Kult Virtual Press questo libro, stampatelo, se vi va, fatelo rilegare, come ho fatto io e poi leggetelo sotto l’ombrellone.

 

Francesco Giubilei

 

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